Il deputato seminarista James Talarico vince le primarie in Texas e si prepara alla sfida per il Senato

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il ciclo delle elezioni di medio termine, quelle che determineranno i rapporti di forza al Congresso per la seconda metà del mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, ha ufficialmente preso il via e lo ha fatto con lo sguardo puntato sul Texas. Nelle primarie di martedì, lo Stato della stella solitaria ha consegnato un verdetto chiaro per il partito democratico, incoronando James Talarico, un trentaseienne deputato statale con un passato da insegnante e un presente da seminarista presbiteriano, come il candidato che a novembre cercherà di strappare ai repubblicani un seggio al Senato che manca loro dal lontano 1988. Talarico ha superato la deputata Jasmine Crockett, figura di spicco dell'ala progressista nota per i suoi interventi duri contro l’amministrazione Trump, con un margine di circa centocinquantamila voti, raccogliendo poco più del cinquantatré per cento delle preferenze contro il quarantasei per cento della sua avversaria. L’altro fronte della competizione, quello repubblicano, non ha invece prodotto un vincitore: il senatore uscente John Cornyn e il procuratore generale Ken Paxton, non avendo raggiunto la soglia del cinquanta per cento, si affronteranno in un ballottaggio il prossimo ventisei maggio, con il terzo incomodo Wesley Hunt ormai fuori dai giochi.

La notte dei democratici texani e lo spettro dei problemi alle urne

La vittoria di Talarico, come lui stesso ha dichiarato a caldo parlando di una “speranza pericolosa” capace di scuotere il Paese, rappresenta una boccata d’ossigeno per un partito che nello Stato non vince una corsa statewide da oltre trent’anni e che cerca una narrazione vincente in vista di novembre. La sua campagna, incentrata su un messaggio che volutamente supera la dicotomia classica tra destra e sinistra per abbracciare una lettura della politica in chiave verticale, contrapponendo cioè i cittadini comuni al potere dei miliardari, ha trovato terreno fertile soprattutto nei sobborghi a forte presenza di elettori bianchi liberal e nelle aree a maggioranza ispanica, dalla sua base di Austin fino alla valle del Rio Grande. Jasmine Crockett, che pure poteva contare sull’endorsement dell’ex vicepresidente Kamala Harris e su una solida popolarità nei centri metropolitani come Dallas e Houston, ha dovuto riconoscere la sconfitta e ha invitato il partito a fare quadrato, sottolineando come la posta in gioco, il futuro di trenta milioni di texani, sia più grande di ogni ambizione personale. Tuttavia, la notte elettorale è stata offuscata da gravi disfunzioni in alcuni seggi, specialmente nella contea di Dallas, roccaforte di Crockett. La decisione delle autorità locali, sostenuta dai repubblicani, di tornare al vecchio sistema di voto per precinto, abbandonando i centri unificati utilizzati in passato, ha generato confusione tra gli elettori, costretti a spostarsi da un luogo all’altro senza poter esprimere il proprio voto. Un giudice locale ha inizialmente ordinato la proroga dell’orario di chiusura dei seggi, ma la Corte Suprema del Texas è subito intervenuta, sospendendo la decisione e disponendo la separazione delle schede arrivate dopo l’orario previsto. Crockett ha parlato senza mezzi termini di elettori disenfranchised, di persone private del diritto di voto, lasciando intendere la possibilità di azioni legali.

Il fronte repubblicano: Cornyn e Paxton verso un ballottaggio senza esclusione di colpi

Se per i democratici la scelta del candidato è compiuta, sul versante opposto l’incertezza regna sovrana e promette settimane di fuoco. John Cornyn, in cerca del quinto mandato, rappresenta l’establishment e vanta un’esperienza ventennale a Washington, mentre Ken Paxton incarna l’ala più combattiva e vicina al movimento MAGA, forte di una popolarità intatta tra la base nonostante un processo di impeachment per corruzione dal quale era uscito assolto e le recenti accuse di infedeltà coniugale emerse durante la causa di divorzio intentata dalla moglie. La campagna elettorale è già stata la più costosa nella storia delle primarie del Texas per un seggio senatoriale, con Cornyn che ha speso oltre settanta milioni di dollari in pubblicità, molte delle quali mirate a colpire le zones d’ombra del rivale. Paxton, che ha iniziato a fare campagna in modo aggressivo solo di recente, lo ha attaccato dipingendolo come un politico fuori dal tempo, poco allineato con Trump e debole su temi chiave per i conservatori come il controllo della spesa pubblica e il diritto alle armi. Il presidente, che aveva evitato di schierarsi ufficialmente, diventa ora l’ago della bilancia in questa fase cruciale, e l’eventuale suo endorsement potrebbe spostare massa critica di voti in vista del ballottaggio di maggio.

Una speranza democratica in un Paese che guarda all’economia e all’Iran

Nonostante l’entusiasmo della notte, il percorso per Talarico rimane in salita. Trump ha vinto il Texas nel 2024 con un margine di quattordici punti percentuali, e il partito democratico non vince una corsa per il Senato nello Stato dai tempi di Lloyd Bentsen. Eppure, i segnali di un’elettorato in movimento ci sono tutti: per la prima volta dal 2020, alle primarie di marzo si sono presentati più democratici che repubblicani, e quattrocentomila di loro hanno votato per la prima volta in una competizione democratica. La sfida, ora, è trasformare questa mobilitazione in consenso per novembre, capitalizzando il malcontento per il carovita e le politiche dell’amministrazione Trump. I colloqui con gli elettori, riportano i media locali, si sono concentrati quasi esclusivamente su questioni domestiche, dalla spesa al supermercato al costo della benzina, con l’operazione militare congiunta con Israele contro l’Iran che, pur sullo sfondo, non sembra aver inciso in modo determinante sulle scelte di voto di martedì. La vera partita, adesso, si giocherà nei prossimi mesi, con un Talarico pronto a predicare il suo verbo di unità in uno Stato che, forse, si scopre meno monolitico di quanto si sia sempre pensato.

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