Steam sotto processo a Londra, risarcimento da 756 milioni di euro per 14 milioni di giocatori britannici
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La piattaforma di distribuzione digitale più popolare al mondo, Steam, si trova a dover fronteggiare una battaglia legale di portata storica nel Regno Unito, dove il Tribunale dei Ricorsi in Materia di Concorrenza ha dato il via libera a un'azione collettiva che potrebbe costare alla società madre Valve ration fino a 756 milioni di euro. La vicenda, che vede coinvolti potenzialmente quattordici milioni di consumatori, si inserisce in un dibattito sempre più acceso sulle pratiche commerciali degli store digitali e sulle cosiddette "commissioni di piattaforma", un tema che, non a caso, ha attirato il sostegno pubblico del CEO di Epic Games, storico concorrente di Valve.
I capi d'accusa: abuso di posizione dominante e vincoli alla concorrenza
A promuovere la causa, che ripercorre le transazioni effettuate sulla piattaforma a partire dal 2018, è l’attivista per i diritti digitali Vicki Shotbolt, la quale contesta a Valve una serie di clausole contrattuali ritenute lesive. Il cuore della disputa risiede nelle condizioni imposte da Steam agli editori, le quali, secondo l’accusa, impedirebbero di fatto di vendere copie digitali dei propri titoli a prezzi più vantaggiosi su store concorrenti. Questo meccanismo, noto come "clausola della nazione più favorita", avrebbe l’effetto di soffocare la concorrenza sul prezzo finale al consumatore, mantenendo artificialmente alti i listini. Valve, da parte sua, ha respinto le accuse sostenendo che il mercato delle chiavi di gioco, vendibili anche da rivenditori terzi autorizzati, dimostrerebbe l’esistenza di una concorrenza effettiva.
Le implicazioni per il mercato e il possibile risarcimento
Se la tesi della Shotbolt dovesse prevalere in tribunale, la sentenza aprirebbe scenari inediti non solo per Valve, costretta a un risarcimento miliardario, ma per l’intero ecosistema del gaming digitale. La pratica di imporre condizioni paritetiche su tutte le piattaforme di vendita, infatti, è comune a molti operatori del settore, i quali potrebbero trovarsi esposti a contenziosi simili. La questione giudiziaria, pertanto, travalica il singolo caso per investire il modello di business stesso della distribuzione online, mettendo sotto la lente d’ingrandimento il reale potere negoziale che sviluppatori e publisher conservano di fronte a giganti come Steam. Nel frattempo, milioni di giocatori che hanno acquistato titoli o contenuti aggiuntivi sul client Valve in questi anni potrebbero vedersi riconosciuto un indennizzo.
Il contesto internazionale e il peso delle inchieste antitrust
La causa britannica non è un episodio isolato, bensì si colloca in un panorama globale dove le autorità antitrust di diversi paesi stanno esaminando con crescente scetticismo le politiche delle grandi piattaforme tech. Anche senza sconfinare in speculazioni su esiti futuri, è evidente come il procedimento avviato a Londra rappresenti un capitolo significativo di questo scrutinio diffuso, il cui obiettivo è accertare se certe condizioni commerciali, sebbene legalmente contrattualizzate, finiscano per ledere i consumatori attraverso un eccessivo controllo sulla catena del valore. L’esito del caso potrebbe dunque fornire un importante precedente, influenzando le strategie legali sia dei difensori dei consumatori che delle ration del settore.




