Retribuzione commisurata all’esperienza, dal 7 giugno quella frase non basterà più
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La formula, tanto abusata quanto sostanzialmente vuota, che promette una “retribuzione commisurata all’esperienza” è destinata a diventare, entro pochissime settimane, un reperto di un’epoca in cui il candidato doveva accettare le condizioni economiche quasi fosse un atto di fiducia verso il futuro datore di lavoro. Dal prossimo 7 giugno, infatti, entrerà nel vivo l’applicazione della direttiva europea sulla trasparenza salariale, recepita – seppur con i tempi tecnici che caratterizzano il nostro ordinamento – da un decreto legislativo che riscrive le regole del gioco per annunci, selezioni e assunzioni, sia nel privato che nel pubblico. E il cambiamento, per chi ha a che fare con la cooperazione internazionale e il non profit italiano, non è soltanto formale: tocca il nervo scoperto di un settore dove, come denunciammo quasi due anni fa su queste stesse pagine, la vaghezza sulle cifre era diventata prassi consolidata.
Non c’era quasi traccia, in quelle vacancy che noi stessi pubblicavamo, di una RAL o anche solo di un range indicativo. Un campione allora analizzato restituì un dato sconfortante: appena il 2% degli annunci osava quantificare l’offerta. Il resto si affidava a perifrasi rassicuranti ma elusive, lasciando i candidati – e le candidate, in un settore a forte presenza femminile – nell’imbarazzante situazione di dover contrattare al buio, spesso scoprendo solo in fase di offerta finale una cifra inferiore alle aspettative. Le vecchie buste paga, quelle del posto precedente, diventavano così un’arma impropria nelle mani del selezionatore: un precedente stipendio da non superare, o da superare di poco, a prescindere dal valore reale della posizione da ricoprire.
Niente più segreti sulle buste paga precedenti
Proprio su questo punto la nuova disciplina interviene in modo radicale. Il datore di lavoro – nazionale o internazionale che sia, purché operi in Italia – non potrà più chiedere la storia retributiva del candidato né utilizzarla per determinare l’offerta finale. La retribuzione andrà stabilita “a priori”, in base ai compiti, alle responsabilità e alla complessità del ruolo, senza alcun legame con quanto percepito in precedenza dalla persona. Una svolta che rende illegittima una pratica diffusissima, quella della “gabbia salariale ereditata”, che di fatto penalizzava chi proveniva da contesti sottopagati (un fenomeno endemico, va detto, proprio nel terzo settore). Parallelamente, il lavoratore assunto avrà il diritto di chiedere chiarimenti sull’entità e sui criteri della propria retribuzione, e nessun contratto potrà più vietargli di rendere nota la propria cifra ai colleghi: il segreto salariale imposto unilateralmente dal capo diventa carta straccia.
Annunci di lavoro: l’obbligo del range economico
Ma è sul fronte degli annunci che il cambiamento risulterà più visibile. Ogni offerta di lavoro, pena la nullabilità della clausola o addirittura sanzioni per il datore, dovrà indicare il livello retributivo iniziale o la relativa fascia di riferimento – una forbice chiara, non un generico “da concordare”. Per i ruoli in cooperative, Ong e fondazioni italiane, che spesso attingono a fondi pubblici o europei, l’obbligo si traduce in un test di trasparenza prima ancora che di legalità: il candidato potrà confrontare l’offerta con il mercato reale e, soprattutto, denunciare eventuali disparità di trattamento. Non sarà più possibile nascondere differenze di stipendio a parità di mansioni tra uomo e donna, perché il nuovo quadro normativo impone alle aziende con più di cento dipendenti di rendicontare periodicamente i gap retributivi di genere.
I numeri attuali e l’inerzia delle aziende
A meno di due mesi dalla scadenza del 7 giugno, la fotografia scattata da alcune rilevazioni (tra cui quelle del Sole 24 Ore, che ha dedicato un’analisi al tema) racconta di un’Italia ancora impreparata: solo un annuncio su tre, tra quelli attualmente pubblicati, riporta la RAL. La stragrande maggioranza delle imprese continua a usare formule dilatorie o a omettere del tutto l’informazione, forse nella speranza di un rinvio o di una applicazione morbida della direttiva. Ma la norma non concede scampo: la frase “retribuzione commisurata all’esperienza” senza un numero accanto sarà equivalente, a tutti gli effetti, a un annuncio incompleto. I lavoratori, dal canto loro, acquisiranno uno strumento in più: la facoltà di rendere pubblica la propria paga senza che il datore possa opporsi. Un piccolo grande terremoto culturale, insomma, destinato a scardinare quel muro di omertà retributiva che per decenni ha protetto le disuguaglianze – e a volte, va detto senza ipocrisie, anche le semplici cattive abitudini di chi assume.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
