Ville Venete, un “Pil del bello” da 630 milioni: l’economia circolare delle dimore storiche

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Si è aperto questa mattina, presso il Castello San Salvatore di Susegana, il primo Forum nazionale sul turismo heritage e i patrimoni Unesco, un evento – dal titolo “Ville Venete Re-thinking: un approccio circolare per uno sviluppo sostenibile” – che prova a riscrivere il ruolo delle dimore storiche nel contemporaneo tessuto economico della regione. A intervenire nella giornata d’apertura è stato Enoch Soranzo, presidente della sesta commissione consiliare della Regione del Veneto, il quale ha voluto sottolineare come questi complessi monumentali non rappresentino affatto un retaggio statico del passato, bensì veri e propri “asset strategici per la nostra economia”. L’occasione, che ha visto la partecipazione in videocollegamento anche del ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, è servita per gettare le basi di un cambio di paradigma: passare, cioè, dalla semplice conservazione alla rigenerazione attiva, sfruttando quel patrimonio diffuso che conta 4.243 ville censite tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, nate tra il Quattrocento e il Settecento.

Numeri e indotto: l’effetto moltiplicatore del patrimonio rurale

A fornire la base scientifica a questa visione è una ricerca condotta dal gruppo The European House - Ambrosetti (Teha), che per la prima volta ha quantificato il cosiddetto “Pil del bello”. I dati emersi restituiscono l’immagine di un sistema economico tutt’altro che marginale: il comparto genera oltre 360 milioni di euro di fatturato, con un valore aggiunto diretto che si attesta sui 210 milioni. Se si allarga lo sguardo agli effetti indiretti e indotti lungo la filiera – considerando l’indotto agricolo, turistico e dei servizi – il valore aggiunto complessivo schizza fino a circa 630 milioni di euro. Un dato, quest’ultimo, che fa comprendere l’effetto moltiplicatore significativo di queste residenze storiche, le quali, va ricordato, sono distribuite in modo capillare sul territorio (oltre il 53% sorge in comuni con meno di ventimila abitanti). Il solo comparto vitivinicolo, legato ai campi attigui a queste dimore, contribuisce a questo giro d’affari con 170 milioni di euro.

Occupazione qualificata e il sostegno della Regione

L’impatto, però, non è solo finanziario. Lo studio evidenzia come le Ville Venete siano un volano notevole per l’occupazione di alta specializzazione, impiegando direttamente circa 13.690 addetti; considerando l’indotto, si arriva a toccare quota 29.800 lavoratori. Si tratta di figure professionali – restauratori, manutentori, artigiani e professionisti della gestione del patrimonio – che portano avanti antichi saperi e competenze tecniche altrimenti destinate a scomparire. Soranzo, nel suo intervento, ha colto l’occasione per ribadire l’impegno della Regione nel sostenere un modello che coniughi la tutela monumentale con l’innovazione produttiva, spiegando come “per governare i processi servono i numeri”. Sapere quanto produce l’indotto agricolo o quello turistico, ha aggiunto, permette di calibrare meglio le leggi regionali, spingendo verso forme di turismo lento ed esperienziale che aiutino a decongestionare i flussi massivi verso i grandi centri d’arte.

L’appuntamento di giugno all’Arena di Verona

A fare da contrappunto alla dimensione locale di questa analisi è arrivata la voce del ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, il quale ha annunciato un evento di portata internazionale. “Il prossimo 5 giugno porteremo all’Arena di Verona cento delegati Unesco”, ha dichiarato Mazzi in videocollegamento, spiegando che la grande kermesse ‘Italia campione del mondo Unesco’ servirà a celebrare un Paese – il primo al mondo per numero di riconoscimenti – dove le Ville Venete giocano un ruolo strategico per la valorizzazione e la tutela di un patrimonio unico. L’iniziativa, promossa dall’Associazione per le Ville Venete e realizzata da Teha, cerca quindi di restituire dignità economica a questi luoghi della memoria, lontano dalla retorica della mera contemplazione, provando a dimostrare come la cultura possa tradursi in volano produttivo senza bisogno di snaturare le proprie radici.

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