Il giro d’affari delle truffe sponsorizzate: sui social un annuncio fraudolento su dieci e per le piattaforme italiani vale 433 milioni

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Scorrere il feed di Instagram o Facebook è ormai un gesto talmente automatico, compiuto tra un impegno e l’altro, che spesso la linea di confine tra un contenuto legittimo e una trappola ben architettata si assottiglia fino a scomparire. Quello che molti utenti non considerano, mentre guardano un video o una storia, è che una parte consistente della pubblicità che viene loro proposta non mira a vendere un prodotto, bensí a carpire dati personali o denaro. Secondo un’indagine condotta da Juniper Research e commissionata da Revolut, nel 2025 circa un annuncio su dieci visualizzato sulle piattaforme social in Europa – si parla di Facebook, Instagram, TikTok, Snapchat, X e LinkedIn – è riconducibile a una truffa -1-5. Il dato, che riguarda da vicino chiunque utilizzi questi spazi digitali, assume contorni ancora piú precisi se si analizza il volume complessivo di queste inserzioni ingannevoli: stiamo parlando di quasi mille miliardi di impression nell’arco dell’anno sul solo continente europeo, una mole impressionante che rivela quanto il fenomeno sia tutt’altro che marginale -1-4.

A rendere la situazione particolarmente spinosa è la circostanza che queste inserzioni non si annidano certo in angoli remoti del web, ma vengono veicolate attraverso i normali circuiti pubblicitari delle grandi piattaforme, sfruttando gli stessi sistemi di targeting e la stessa credibilità degli annunci genuini. Ne deriva un paradosso economico di proporzioni rilevanti: gli stessi strumenti che dovrebbero garantire pertinenza e sicurezza agli utenti finiscono per agevolare l’attività dei truffatori, e le aziende che ospitano questi contenuti ne traggono un beneficio economico tutt’altro che trascurabile. In Italia, la stima dei ricavi generati da questi annunci fraudolenti tocca i 433 milioni di euro, una cifra che posiziona il nostro Paese tra i mercati europei piú esposti, con una percentuale che si aggira attorno al 15% del totale continentale, quantificato in circa 5,9 miliardi di euro -4. Si tratta di una fetta significativa del fatturato pubblicitario complessivo del settore, un aspetto che solleva piú di un interrogativo sui reali incentivi che le piattaforme hanno nel contrastare efficacemente il fenomeno.

Il modello economico delle piattaforme e il conflitto di interessi strutturale

La ricerca di Juniper Research mette in luce quella che appare come una contraddizione di fondo nel modello di business dei social media: da un lato, le aziende dichiarano di investire in sistemi di intelligenza artificiale e in team dedicati alla rimozione di account e inserzioni sospette; dall’altro, i numeri dimostrano che il giro d’affari derivante dalle truffe pubblicitarie è talmente elevato da rendere forse piú conveniente, sul piano meramente economico, una gestione per cosí dire tollerante del problema -1. L’utente medio, nel corso di un mese, intercetta circa 190 annunci potenzialmente ingannevoli, un’esposizione costante che rischia di normalizzare la presenza di questi contenuti all’interno dell’esperienza quotidiana di navigazione -4. Il conflitto di interessi, citato esplicitamente dagli analisti, risiede proprio nella natura stessa del sistema: gli introiti pubblicitari rappresentano la linfa vitale di queste ration, e una quota vicina al 10% del totale, che in termini assoluti significa miliardi di euro, non è semplice da sacrificare in nome della sicurezza degli iscritti.

Le conseguenze, però, non si misurano soltanto in termini di perdite finanziarie dirette per chi cade nella rete – perdite che in alcuni casi, come emerge dai dati relativi ad altri mercati europei, possono superare abbondantemente il migliaio di euro a vittima – ma anche in un danno meno tangibile ma ugualmente profondo: l’erosione della fiducia nei confronti degli spazi digitali e della pubblicità online in generale -2-8. Se da un lato le piattaforme rivendicano l’efficacia dei propri sistemi di controllo, segnalando la rimozione di miliardi di inserzioni fraudolente, dall’altro la persistenza e la pervasività del fenomeno suggeriscono che queste misure, al momento, incidano ancora troppo poco sulla struttura portante del business -1-10. La sensazione, per chi osserva, è quella di trovarsi di fronte a un meccanismo che, forse involontariamente ma certamente con convinzione, finisce per premiare economicamente chi sfrutta la buona fede altrui.

La declinazione locale del fenomeno e l’arresto a Perugia

Mentre il dibattito sulle responsabilità delle big tech si sviluppa a livello globale, la cronaca locale continua a registrare episodi che mostrano il volto piú classico e odioso del raggiro, spesso ai danni delle fasce piú vulnerabili della popolazione. In questo contesto si inserisce l’operazione condotta dai Carabinieri della Sezione Operativa della Compagnia di Perugia, supportati dai militari delle Stazioni di Perugia-Fortebraccio e Ponte San Giovanni, che ha portato all’arresto in flagranza di reato di un uomo di 35 anni e una donna di 47, entrambi di origini meridionali e con precedenti specifici alle spalle. I due sono ritenuti responsabili, in concorso tra loro, di una truffa aggravata ai danni di una pensionata settantacinquenne del luogo. Il metodo, purtroppo, è quello collaudato della telefonata del finto incidente, una tecnica che gioca sull’ansia e sulla paura per indurre la vittima a consegnare denaro o oggetti di valore a un sedicente intermediario.

L’episodio perugino, seppur nella sua dinamica tradizionale e distante dalle sofisticate frodi digitali che popolano i social network, presenta un elemento di raccordo con il quadro piú ampio delle truffe moderne. Sempre piú spesso, infatti, le inchieste giudiziarie rivelano come le due dimensioni – quella fisica e quella virtuale – tendano a sovrapporsi: i malviventi utilizzano i canali social non solo per réclame fraudolente su larga scala, ma anche per raccogliere informazioni sulle potenziali vittime, per creare falsi profili o per pubblicizzare servizi inesistenti. La facilità con cui è possibile acquistare spazi pubblicitari, talvolta aggirando i blandi sistemi di verifica, fornisce ai truffatori uno strumento potentissimo per amplificare la portata delle proprie attività illecite, rendendo il fenomeno ancora piú difficile da arginare per le forze dell’ordine, costrette a confrontarsi con una criminalità sempre piú ibrida e tecnologicamente attrezzata.

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