Iran, manifestanti intitolano una via a Trump e danno fuoco alle effigi di Khamenei e Soleimani
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Redazione Esteri
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Le proteste che scuotono l'Iran dal 28 dicembre scorso hanno assunto, nelle ultime notti, connotati simbolici di rottura radicale con la mitologia del regime, mentre il governo risponde con un pugno di ferro, fatto di arresti, esecuzioni e un blackout digitale che isola il paese dal resto del mondo. Nelle piazze di oltre cento città, secondo quanto documentato da gruppi indipendenti, le immagini delle statue del leader supremo Ali Khamenei e del generale Qasem Soleimani, eroe nazionale per la Repubblica Islamica, sono state date alle fiamme in atti di sfida plateale. Parallelamente, in un gesto politico che travalica i confini nazionali, alcuni dimostranti hanno ribattezzato una strada intitolandola a Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, accompagnando il gesto con cartelli in inglese che, come riportato, recitano "Trump, un simbolo di pace. Non lasciare che ci uccidano".
Un blackout digitale per soffocare la rivolta
La reazione delle autorità di Teheran all'ondata trasversale di dissenso, che coinvolge una parte significativa della società iraniana stanziata in aree sia urbane che rurali, si è concentrata sul controllo totale dell'informazione. L'osservatorio NetBlocks ha certificato un drastico crollo della connettività, scesa a circa l'1% della sua normale capacità, in quello che viene definito un blackout nazionale di Internet durato oltre dodici ore. Tale misura, definita "una serie di crescenti misure di censura digitale", mira chiaramente a impedire la diffusione di immagini e notizie sulle proteste e a ostacolare il coordinamento tra i manifestanti, i quali, come osservato, tendono a scendere in strada dopo il tramonto per dare vita a cortei per lo più pacifici, sebbene non privi di scontri violenti con le forze di sicurezza.
La repressione e il conteggio delle vittime
Sul fronte della repressione fisica, i numeri forniti dalla Human Rights Activist News Agency (HRANA), che opera dagli Stati Uniti, parlano di un bilancio gravissimo, con oltre quaranta persone uccise negli scontri tra dimostranti e forze dell'ordine. Il regime, da parte sua, non ha esitato a procedere con esecuzioni sommarie, in un clima di paura che però, stando alle testimonianze raccolte, sembra essersi trasformato in un freddo coraggio. La voce di una ricercatrice come Holly Dagres, che segue da tempo le dinamiche iraniane, conferma un cambiamento palpabile nell'atteggiamento popolare: "da quando Trump è di nuovo presidente", ha osservato, pare essersi diffusa una speranza di maggiore pressione internazionale sul regime. Una speranza che si mescola a una disperazione ormai senza più argini, come sintetizzato dalle parole attribuite a un manifestante: "Siamo già morti sotto questo regime, ora non abbiamo più paura".
La risposta del regime e uno sguardo oltreconfine
La risposta ufficiale del regime, per bocca dello stesso Khamenei, non ha mostrato cedimenti, anzi ha lanciato un duro attacco verbale alla nuova amministrazione statunitense. Il leader supremo ha infatti intimato a Trump di "pensare ai suoi problemi", aggiungendo, secondo le fonti, che "verrà abbattuto", in un'escalation retorica che riflette la tensione alle stelle. Nel frattempo, le proteste continuano a dilagare, come accaduto a Teheran dove migliaia di persone, molte col volto coperto per evitare riconoscimenti, hanno incendiato simboli del potere prima che la rete venisse nuovamente oscurata. Un movimento che, al di là dei simboli bruciati o dei nomi delle vie cambiati, rivendica una cosa semplice e al tempo stesso rivoluzionaria: la fine di un sistema politico considerato una dittatura.




