Khamenei attacca Trump: l’abile mossa tra politica e religione
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Redazione Esteri
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Ali Khamenei, leader supremo della Repubblica Islamica, ha dimostrato ancora una volta di saper navigare con freddo pragmatismo tra le tempeste della politica internazionale. Nonostante l’immagine di rigidità ideologica che lo circonda, l’ultima crisi con gli Stati Uniti e Israele ha rivelato un uomo capace di adattare la retorica alle necessità del momento. Se nei primi giorni del conflitto molti lo dipingevano come un leader in fuga, rinchiuso in un bunker per paura di attentati, Khamenei è riemerso con un discorso che sposta l’attenzione dalla religione alla nazione, un tentativo di consolidare il consenso interno senza rinunciare alla sfida esterna.
La guerra di parole con Donald Trump, che lo ha definito «inaffidabile» e accusato di «nascondere la verità», è solo l’ultimo capitolo di uno scontro che va ben oltre le dichiarazioni pubbliche. Trump, da parte sua, ha replicato con la consueta schiettezza, affermando di non voler dialogare con Teheran mentre ribadiva la potenza militare americana. Ma dietro le quinte, la questione iraniana resta un nodo irrisolto: gli attacchi agli impianti nucleari, le sanzioni, e il rischio sempre presente di un nuovo conflitto dimostrano che la posta in gioco è più alta che mai.
Intanto, la cosiddetta “Guerra dei dodici giorni” – trentasei ore per Washington – ha lasciato interrogativi aperti sulle reali intenzioni di Teheran. Se da un lato l’Iran ha evitato un’escalation militare diretta, dall’altro non ha rinunciato a una strategia di pressione attraverso alleati regionali e programmi nucleari sotterranei. Israele, dal canto suo, continua a giocare un ruolo centrale nello scacchiere mediorientale, ma anche questa volta la vittoria militare non si è tradotta in una pace duratura.




