Addio a Jack DeJohnette, leggenda della batteria jazz

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il mondo del jazz, che tanto deve al suo genio ritmico, perde una delle sue colonne portanti con la scomparsa di Jack DeJohnette, spentosi all’età di ottantatré anni per un’insufficienza cardiaca. La notizia, diffusa dalla sua assistente personale e confermata dalla ECM, etichetta con la quale l’artista aveva intessuto un sodalizio artistico tra i più prolifici e significativi, segna la fine di un percorso umano e musicale straordinario, lasciando un vuoto che difficilmente potrà essere colmato. La sua morte, avvenuta nella sua abitazione di Woodstock, nello stato di New York, chiude un capitolo fondamentale della storia della musica afroamericana, di cui DeJohnette è stato non solo un testimone ma un indiscusso protagonista, capace di forgiare il suono di intere generazioni.

Un artista completo e versatile

Nato a Chicago nel 1942, DeJohnette aveva mosso i primi passi nel panorama musicale come pianista, una formazione che gli avrebbe conferito, negli anni a venire, una sensibilità armonica unica nel suo approccio alla batteria. La sua ascesa, che lo portò rapidamente a diventare uno dei batteristi più ricercati e innovativi della sua epoca, fu segnata dalla capacità di fondere con naturalezza il groove profondo mutuato dalla tradizione R&B con le ardite esplorazioni dell’avanguardia, tracciando una strada originale che molti, dopo di lui, avrebbero tentato di percorrere. La sua tecnica, inconfondibile e potente, si distingueva per una fluidità che sembrava annullare la complessità dei pattern ritmici da lui ideati, i quali, pur nella loro sofisticatezza, mantenevano sempre un’immediatezza e una pulsione vitale irresistibili.

Il periodo con Miles Davis e la fusion

Fu il sodalizio con il trombettista Miles Davis a proiettarlo definitivamente nell’olimpo del jazz, contribuendo in maniera decisiva a quelle rivoluzioni sonore i cui echi risuonano ancora oggi. Il suo apporto, infatti, risultò cruciale in album seminali come "Bitches Brew" e "A Tribute to Jack Johnson", pietre miliari che sancirono la nascita del genere fusion. In quelle sessioni, il suo drumming, al tempo stesso strutturato e libero, fornì l’impalcatura ritmica e l’energia propulsiva per un sound collettivo che osava dissolvere i confini tra jazz, rock e musica elettronica, ridefinendo per sempre le possibilità espressive dell’improvvisazione. Quel periodo, tra i più fertili e audaci della carriera di Davis, deve molto all’instancabile ricerca e all’inventiva di DeJohnette, il cui tocco era in grado di dare Corpo e sostanza alle più visionarie intuizioni del leader.

Oltre Davis: una carriera sconfinata

La sua statura, tuttavia, non si esaurì affatto nell’esperienza con il grande trombettista. DeJohnette, che era anche un compositore di raro talento, continuò a esplorare territori musicali inediti, guidando propri gruppi e collaborando con una costellazione di giganti del Novecento, tra i quali spiccano nomi come Sonny Rollins e Charles Lloyd. Un capitolo altrettanto significativo della sua lunga attività fu l’appartenenza al trio di Keith Jarrett, formazione nella quale la sua presenza divenne elemento imprescindibile e caratterizzante, contribuendo a creare alcune delle pagine più memorabili del jazz contemporaneo. La sua curiosità intellettuale, che non conobbe mai tregua, lo spinse costantemente ad attraversare generi e generazioni, mantenendo intatta, fino all’ultimo, una vitalità artistica che lo ha reso un punto di riferimento per musicisti di ogni estrazione.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.