Miles Davis, a cent’anni dalla nascita, il genio del jazz rivive tra mostre immersive e ricordi italiani

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Era il 26 maggio 1926 quando, in un’America ancora segnata dalle leggi razziali di Jim Crow, nasceva Miles Dewey Davis III. A cent’anni esatti da quella data – e a trentaquattro dalla sua scomparsa, avvenuta nel 1991 a Santa Monica – il mondo della musica, e non solo, si prepara a celebrare colui che non fu semplicemente un trombettista, ma un vero e proprio “amplificatore di potenziale”, un artista cioè capace di cambiare volto al jazz non una, bensì sei volte.

La sua eredità, lungi dall’essere cristallizzata in una formula da museo, pulsa oggi in iniziative che spaziano dalle grandi mostre immersive alle rievocazioni dei leggendari concerti italiani, dimostrando come la sua influenza continui a travalicare i confini del genere per insinuarsi nella cultura pop contemporanea.

Il centenario si celebra a Pordenone tra trombe originali e ascolti immersivi

Se c’è un luogo dove la rivoluzione sonora di Davis si fa esperienza tangibile, questo è Pordenone. Dall’8 maggio al 12 luglio, Villa Cattaneo ospita “Miles Davis 100 – Listen to This!”, una mostra che i curatori hanno voluto concepire per essere ascoltata più che guardata, abbandonando la rigida cronologia a favore di un viaggio sensoriale.

Curata dal noto studioso Enrico Merlin e realizzata con il contributo dell’American Jazz Museum, l’esposizione mette a disposizione del pubblico un database interattivo di oltre duemila registrazioni ufficiali, permettendo una navigazione libera tra le diverse “metamorfosi” del musicista.

Tra i pezzi più attesi spicca la tromba originale di Davis, concessa da un collezionista privato, esposta in una sezione dedicata alla “Galassia” di collaboratori che ruotavano attorno al periodo rivoluzionario di Bitches Brew, senza dimenticare il lato più iconico e mediatico del personaggio – quello che ha trasformato il suo volto in un marchio globale – documentato da fotografie e materiali d’archivio spesso inediti.

Un artista a tutto tondo: la passione per la cucina e il celebre chili di Chicago

Non tutti sanno, però, che lo stesso rigore creativo applicato alla tromba, Davis lo riversava anche davanti ai fornelli. Intorno alla metà degli anni Sessanta, stufo della ristorazione, il musicista divenne un cuoco autodidatta e sopraffino, fondendo la grande tradizione francese con il soul food statunitense.

Leggenda vuole – e i musicisti che lo frequentavano lo confermano – che il suo cavallo di battaglia fosse un piatto dal nome altrettanto musicale: il “Miles’ South Side Chicago Chili Mack”, una sorta di stufato piccante di carne (un mix di manzo, vitello e maiale) servito rigorosamente su un letto di spaghetti, accompagnato da una birra Heineken ghiacciata e da una spolverata di parmigiano.

Lo stesso approccio lo si ritrova nei titoli dei dischi, come il celebre Cookin' with the Miles Davis Quintet del 1956, dove il verbo “cucinare” diventava una chiara metafora di un interplay musicale rovente, fatto di improvvisazione e studio ossessivo, proprio come ai fornelli.

Umbria Jazz e il ricordo di quelle notti magiche tra Terni e Perugia

Il legame tra Davis e l’Italia, del resto, è stato particolarmente intenso, come testimoniato dal festival Umbria Jazz che ne ha voluto ricordare pubblicamente le esibizioni in occasione di questo centenario. La rassegna umbra ha rievocato le “leggendarie notti” a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, a partire dal concerto gratuito del 1984 a Terni, dove il trombettista stupì il pubblico proponendo Time After Time, all’epoca una “innocua canzoncina pop” di Cindy Lauper, che lui trasformò in uno struggente standard del jazz.

Ma l’immagine forse più iconica rimane quella del 1985 allo stadio Curi di Perugia, dove Davis, elegantissimo nella sua “controllata stravaganza”, scese letteralmente dal palco per suonare tra i fotografi, in una cornice da evento rock; sarebbe tornato ancora nel 1987, strizzando l’occhio a Prince e Michael Jackson, e per l’ultima volta nel 1989, con un concerto già proiettato verso sonorità funky vicine a James Brown.

Due anni dopo, quella tromba si sarebbe spenta per sempre, ma quei quattro concerti italiani rappresentano ancora oggi l’istantanea più fedele dell’ultima, feconda stagione creativa del genio di Alton.

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