Bar Cavalletti, la pasticceria di Roma nel vortice del riciclaggio per conto del boss Guerino Primavera

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dietro il bancone del Bar Cavalletti, storico marchio della pasticceria romana noto per il suo millefoglie artigianale, si sarebbe consumato un silenzioso ma sistematico riciclaggio di denaro riconducibile al boss Guerino Primavera. A gettare luce su questo intreccio criminale – che mescola capitali sospetti con quelli leggermente guadagnati – sono state le dichiarazioni rese agli inquirenti dal collaboratore di giustizia di Fondi, Johnny Lauretti, il quale ha descritto nei dettagli i traffici di cocaina e hashish provenienti dalla Spagna e organizzati proprio dal gruppo facente capo al suddetto Primavera. Le sue parole, ora custodite in un verbale agli atti dell’inchiesta, hanno fornito la chiave per rileggere quella che appariva solo come una brillante espansione imprenditoriale.

Un furto di corrente da trentamila euro e l’allargamento dell’inchiesta

Tutto ha preso le mosse da un fatto all’apparenza minore: un allaccio abusivo alla rete elettrica, un ammanco stimato intorno ai trentamila euro, che è costato gli arresti domiciliari a tre persone. Da quel punto di partenza, però, i magistrati capitolini Giovanni Conzo e Stefano Pizza hanno deciso di allargare il perimetro delle indagini, finendo per ipotizzare il reato di riciclaggio con l’aggravante – particolarmente severa – di aver favorito un’associazione di stampo mafioso. Proprio quella, viene specificato, riconducibile a Guerino Primavera, le cui ramificazioni criminali avrebbero trovato una sponda insospettabile nel mondo dorato della pasticceria di lusso.

L’assessore Onorato e la denuncia al manager Delle Fave: “Sono stato truffato”

Tra le vittime di quella che gli investigatori descrivono come una holding societaria opaca, capace di aprire e chiudere società in rapida successione, figura ora anche un assessore del Campidoglio. Si tratta di Alessandro Onorato, titolare delle deleghe a Turismo, Grandi Eventi e Sport, il quale – oltre a essere un imprenditore nel settore della ristorazione – ha formalmente denunciato il manager del gruppo, Christian Delle Fave, per un credito di duecentomila euro maturato da affitti mai ricevuti. “Sono stato truffato”, avrebbe dichiarato Onorato agli inquirenti, inserendosi così in una lunga scia di ex dipendenti e fornitori che, da metà marzo, sfilano davanti ai carabinieri per raccontare la medesima sequenza di danni: stipendi non corrisposti, fatture insolute, promesse tradite.

La gestione dei punti vendita, i domiciliari convalidati e i fondi dall’origine oscura

La holding in questione, che nel 2021 aveva rilevato i marchi commerciali di Cavalletti e delle salumerie Ricci, è finita sotto la lente sia dell’Arma che della Guardia di Finanza. Nei giorni scorsi, i tre arresti che avevano portato ai domiciliari la sorella di Delle Fave, la di lui compagna e una collaboratrice sono stati infatti convalidati, segnale che le prove raccolte reggono al vaglio della prima severità giudiziaria. Chi indaga sta ora analizzando la gestione – opaca e vertiginosa – degli oltre quindici punti vendita aperti in poco tempo dall’imprenditore, che pure era partito da due più modesti panifici di famiglia siti a Montesacro e Porta di Roma. Anche quei due esercizi, va aggiunto, restano sotto osservazione: al loro interno sarebbero emersi furti di acqua ed energia elettrica, irregolarità amministrative e, soprattutto, il dubbio lecito sulla reale provenienza dei capitali usati per finanziare l’espansione.

Un marchio leggendario e la sua “trasformazione” in caso oscuro della Capitale

Cavalletti, lo si ripete, godeva di una reputazione tramandata con cura da una generazione all’altra. Un brand che resisteva, in virtù di una qualità artigianale riconosciuta. Eppure, secondo quanto ricostruito dalle inchieste in corso – dove si parla ormai esplicitamente di riciclaggio per conto di un gruppo mafioso – quella stessa realtà sarebbe diventata l’ennesimo, malinconico epilogo di una vicenda imprenditoriale un tempo virtuosa. Relazioni inconfessabili tra l’imprenditore incensurato (almeno sulla carta) e il boss della porta accanto; capitali discutibili mescolati a quelli legittimamente guadagnati; e un intero sistema di negozi, lavoratori, fornitori e persino assessori rimasto impigliato in una ragnatela di reati societari e connessioni criminali che solo le parole di un collaboratore di giustizia hanno permesso di cominciare a districare.

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