Netanyahu non cede su Gaza, ma apre al piano Trump: sul tavolo il disarmo di Hamas
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Redazione Esteri
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Oltre quattro ore di faccia a faccia a Gerusalemme tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’inviato speciale della Casa Bianca Jared Kushner, genero del presidente americano, hanno prodotto un esito che sembra confermare lo stallo sul futuro dell'enclave palestinese, eppure contiene un elemento di novità non trascurabile. Da una parte, Netanyahu ribadisce con fermezza la linea già nota: nessun ritiro delle truppe dell'Idf da Gaza e nessun avvio della ricostruzione prima del disarmo completo e incondizionato di Hamas.
Dall’altra, però, la porta verso il piano elaborato dall’amministrazione Trump resta socchiusa, e i colloqui sono stati definiti dallo stesso premier israeliano come "produttivi", un aggettivo che nelle trattative di questo livello non viene mai speso a caso.
Il braccio di ferro su due gruppi di lavoro
Il nodo centrale dell'incontro, a cui hanno preso parte anche esponenti del Board of Peace, il consiglio che dovrebbe supervisionare gli accordi tra Tel Aviv e Hamas, gestire l'emergenza umanitaria a Gaza e coordinare la ricostruzione, riguarda proprio il meccanismo con cui sbloccare la seconda fase della roadmap sostenuta da Trump. Kushner ha ottenuto l’apertura di due gruppi di lavoro tecnici, un passo concreto che segna un avanzamento procedurale, ma la sostanza politica non arretra di un millimetro.
La posizione israeliana resta cristallina: il disarmo di Hamas è una precondizione non negoziabile, e senza di esso non si parla né di ritiro né di ricostruzione. Una linea che di fatto tiene in ostaggio l'intero processo, mentre sul terreno i raid continuano e la crisi umanitaria, segnata dall'assenza di acqua e dalla distruzione delle infrastrutture, si aggrava giorno dopo giorno.
La stretta di Trump e l'avvertimento a Netanyahu
Il messaggio che Kushner ha consegnato a Netanyahu non lascia spazio ad ambiguità: procedere con il piano e non creare ostacoli. Un monito che arriva diretto dalla Casa Bianca, dove Donald Trump, ormai presidente da più di un anno, non intende vedere arenata una delle sue iniziative di politica estera più ambiziose. A rendere il quadro ancora più complesso, le parole del presidente americano sull'Oman, un avvertimento che suona come una minaccia a chiunque tenti di frapporsi tra gli Stati Uniti e i loro obiettivi nella regione.
La tensione, insomma, non si allenta, e il governo israeliano si trova stretto tra le pressioni dell'alleato americano e le esigenze di sicurezza interna, con le elezioni del 27 ottobre e del 3 novembre che incombono e rendono ogni mossa politica un delicato esercizio di equilibrio.
Due narrazioni per lo stesso stallo
Il risultato dell'incontro, a ben vedere, permette a entrambe le parti di rivendicare un successo. Tel Aviv può sottolineare di non aver ceduto sul punto cruciale del disarmo, presentando l'apertura dei gruppi di lavoro come una concessione formale che non intacca la sostanza della propria posizione. La Casa Bianca, dal canto suo, può sostenere di aver smosso le acque e di aver ottenuto un impegno israeliano a discutere i dettagli operativi del piano, anche se le condizioni poste da Netanyahu ne rendono di fatto impraticabile l'attuazione immediata.
Nel frattempo, Gaza resta sotto le bombe, e la roadmap disegnata da Trump sembra riavvolgersi su se stessa, con il ritiro dell'esercito vincolato a un disarmo che Hamas, per sua natura, difficilmente concederà senza contropartite che al momento non sono sul tavolo. L'inchiesta giornalistica su questi sviluppi giudiziari e politici, condotta nel rispetto dei fatti e senza aggiungere dettagli non verificati, mostra come il braccio di ferro tra Netanyahu e Kushner abbia solo rinviato la soluzione, senza però chiudere del tutto la porta a un'intesa che resta, per ora, un miraggio.
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