Narges Mohammadi, la premio Nobel trasferita in ospedale a Teheran dopo gli svenimenti in carcere

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il lungo stillicidio giudiziario e sanitario che ha segnato gli ultimi mesi di detenzione per Narges Mohammadi, l’avvocata iraniana diventata simbolo globale della lotta per i diritti delle donne, ha trovato una momentanea sospensione: dopo giorni di appelli disperati da parte dei familiari – i quali avevano più volte denunciato il repentino peggioramento delle sue condizioni fisiche – le autorità di Teheran hanno infine disposto il trasferimento della detenuta in una struttura ospedaliera della capitale. La notizia, diffusa dalla fondazione che porta il suo nome, arriva al termine di una sequenza di eventi clinici preoccupanti, tra cui due episodi di perdita di coscienza occorsi mentre Mohammardi era rinchiusa nel carcere di Zanjan, nel nord del Paese.

Un ricovero precedente e le lesioni da pestaggio

Già il primo maggio, va ricordato, la stessa attivista era stata ricoverata in un nosocomio locale, ma il suo stato di salute – lungi dal migliorare – ha continuato a deteriorarsi, anche a causa delle violenze subite durante le fasi dell’arresto avvenuto lo scorso dicembre. Secondo quanto ricostruito dalla stessa fondazione, Mohammadi sarebbe stata pesantemente picchiata in quell’occasione; a marzo, poi, ha subito un infarto e le successive diagnosi hanno evidenziato la presenza di un coagulo di sangue nei polmoni. Una combinazione, questa, che ha reso ogni giorno di permanenza nel penitenziario di Zanjan una potenziale minaccia per la sua sopravvivenza.

Cauzione consistente e sospensione della pena

Le autorità giudiziarie iraniane – dopo aver a lungo ignorato le richieste dei legali e della famiglia – hanno infine concesso la sospensione della pena dietro pagamento di una cauzione di importo consistente, condizione che ha permesso il trasferimento di Mohammadi a Teheran per ricevere le cure necessarie. La premio Nobel per la pace nel 2023, figura tra le più articolate e inflessibili del movimento iraniano per i diritti umani, non è stata quindi formalmente scarcerata: si tratta piuttosto di una liberazione su cauzione, che le consente di allontanarsi dal regime detentivo pur restando sotto il controllo della magistratura. La sua fondazione, in un comunicato diffuso oggi, ha parlato apertamente di “crescente preoccupazione” per le sue condizioni, confermando che l’attivista aveva trascorso dieci giorni di ricovero a Zanjan prima del trasferimento.

Le reazioni della fondazione e i dettagli clinici

Nessun dettaglio esplicito è stato fornito circa le modalità del trasporto o la struttura che la sta attualmente curando a Teheran, ma le fonti vicine alla vicenda sottolineano come il coagulo polmonare e le conseguenze dell’infarto pregresso richiedano un monitoraggio costante, reso impossibile all’interno di un carcere ordinario. La stessa perdita di conoscenza – verificatasi in due distinte occasioni – aveva allarmato i medici del penitenziario, spingendo la famiglia a lanciare appelli pubblici perché fosse fatta luce su ciò che realmente stava accadendo. Mohammadi, che da anni alterna cicli di detenzione a brevi periodi di libertà vigilata, rappresenta ormai una voce scomoda per il regime: il suo Nobel, assegnato mentre si trovava già in cella, non ha mai fermato le pressioni giudiziarie né, tantomeno, i pestaggi documentati durante gli ultimi fermi.

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