Napoli, chirurgia estetica e malasanità: forbici dimenticate nell’addome, sette mesi di dolori e una denuncia
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Redazione Interno
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L’intervento, eseguito in una clinica privata del capoluogo partenopeo lo scorso 25 ottobre 2025, doveva consistere in una banale addominoplastica, quella pratica chirurgica finalizzata alla rimozione del grasso e dell’eccesso di pelle addominale, ma per una donna originaria di Casandrino, oggi residente in provincia di Piacenza, si è trasformato in un vero e proprio calvario giudiziario e sanitario. La paziente, dopo essere stata dimessa e aver fatto ritorno presso l’abitazione dei genitori per il decorso post-operatorio, ha immediatamente iniziato a lamentare sintomi tutt’altro che fisiologici: dolori definiti dalle fonti come “lancinanti”, episodi di malore improvviso e persino la perdita di coscienza, circostanze che hanno reso necessario un successivo approfondimento diagnostico. La situazione, che avrebbe dovuto allarmare immediatamente i sanitari, è invece inizialmente scivolata via sotto la generica etichetta delle complicanze post-operatorie, con il chirurgo che, contattato dalla donna, ha minimizzato i fatti prescrivendo semplicemente alcune analisi di routine. Dagli esami era emersa un’infezione, curata con una terapia antibiotica che però non sortiva alcun effetto tangibile sul quadro clinico generale, lasciando la paziente in uno stato di sofferenza prolungata che si è protratto per circa sette mesi. Solo quando il medico curante, ormai allarmato dall’assenza di miglioramenti, ha deciso di prescrivere una Tac, si è fatta finalmente piena luce sulla natura di quei tormenti: l’esame, eseguito lo scorso 7 maggio in un noto centro diagnostico napoletano, ha evidenziato la presenza di un Corpo estraneo metallico di discrete dimensioni – un paio di forbici di tipo chirurgico, lasciate dimenticate nell’addome.
La scoperta a distanza di mesi, l’ombra della reticenza e il ricorso alle vie legali
La scoperta della Tac ha così trasformato un sospetto di malasanità in una prova lampante di negligenza, se non di condotte più gravi, ma la vicenda non si è conclusa con la semplice diagnosi. La dottoressa del centro diagnostico, invece di attivare immediatamente la procedura d’urgenza per indirizzare la donna verso un pronto soccorso, avrebbe scelto di informare telefonicamente il chirurgo che aveva eseguito l’addominoplastica mesi prima. Quest’ultimo, venuto a conoscenza dell’errore madornale commesso in sala operatoria, ha subito ricontattato la paziente per offrirsi di riparare il danno, proponendole però di tornare nella stessa clinica privata dove le forbici erano state inizialmente dimenticate, nonostante il clima di fidusia ormai compromesso. La vittima, come si legge nella denuncia visionata dalle agenzie, ha opposto un netto rifiuto: “Ma io desistevo – avrebbe dichiarato – e decidevo di avvalermi dell’ospedale Fatebenefratelli”. Non solo: secondo quanto ricostruito e riportato dalla stampa a corredo del fascicolo processuale, vi sarebbero stati anche tentativi di convincimento da parte della moglie del medico, la quale avrebbe più volte contattato la 53enne per farle cambiare idea e indurla a sottoporsi all’intervento di rimozione del estraneo nella struttura dove il marito opera. A questo punto, la paziente, assistita dal legale Francesco Petruzzi, ha deciso di sporgere formale denuncia alla Polizia di Stato, mettendo nero su bianco l’intera catena di eventi: il dolore trascurato, le diagnosi affrettate, e infine le pressioni ricevute per tornare in una clinica che, a questo punto, è al centro di un’inchiesta ancora in fase preliminare.
La rimozione imminente e il supporto della fondazione intitolata a Domenico Caliendo
La donna, ancora in attesa di risolvere fisicamente il problema che la affligge da mesi, è già stata ricoverata presso il nosocomio Fatebenefratelli, dove nei prossimi giorni – stando alle cronache – sarà sottoposta a un nuovo intervento chirurgico, questa volta per l’asportazione delle forbici. Un’operazione, questa, resa più complessa dal tempo trascorso e dalla possibile formazione di aderenze interne o processi infiammatori indotti dal estraneo, sebbene i dettagli specifici sulle modalità d’intervento non siano stati divulgati per ovvie ragioni di privacy e di riserbo clinico. Parallelamente al versante sanitario, la 53enne potrà contare sul supporto legale e associativo della fondazione intitolata alla memoria del piccolo Domenico Caliendo, il bambino deceduto a Napoli in circostanze tragiche legate a un trapianto di cuore che non ha avuto esito felice. Francesco Petruzzi, che già cura gli interessi della famiglia Caliendo e riveste il ruolo di vicepresidente della Fondazione, ha preso in carico il caso, annunciando inoltre una integrazione alla denuncia per quanto concerne il comportamento omissivo tenuto dalla dipendente del centro diagnostico, quella che invece di attivare i soccorsi ha preferito avvisare privatamente il collega. La fondazione, nata ufficialmente nelle scorse settimane con lo scopo dichiarato di assistere legalmente le vittime di malpractice medica, si è già mobilitata fornendo consulenza e copertura legale, segno di come la vicenda della 53enne possa diventare un nuovo banco di prova per un ente che nasce dal dolore di una madre ma che si propone obiettivi di giustizia orizzontale.
Un estraneo da oltre quindici centimetri e le omissioni nel post-operatorio
Le forbici dimenticate, secondo le prime informazioni tecniche riportate dagli atti di denuncia, avrebbero una lunghezza superiore ai quindici centimetri, una dimensione che rende ancor più inspiegabile come il personale di sala possa aver completato la procedura di addominoplastica senza accorgersi della mancanza di uno strumento tanto ingombrante quanto cruciale per l’esecuzione dell’intervento. La procedura di conteggio degli strumenti, nota in gergo medico come “rullino” e codificata dai protocolli per la sicurezza in sala operatoria, sarebbe stata evidentemente disattesa o eseguita in modo superficiale, circostanza che la magistratura dovrà ora accertare attraverso i tabulati clinici e le testimonianze del personale presente. Nel frattempo, la cronaca dei fatti restituisce l’immagine di un sistema, quello della medicina privata, dove la fretta o la negligenza possono avere conseguenze devastanti sulla qualità della vita dei pazienti: per sette mesi, questa donna ha convissuto con un oggetto metallico appuntito all’interno del proprio organismo, con il rischio concreto di perforazioni o lesioni interne che, fortunatamente, non si sono verificate. I sanitari del 118, contattati dalla donna in preda ai dolori, avevano subito consigliato un ricovero immediato, ma la paziente – forse per fiducia nel chirurgo che l’aveva operata – scelse di seguire la via più prudente delle analisi ambulatoriali, una scelta che ha di fatto dilatato i tempi della diagnosi e allontanato la soluzione del problema. La denuncia presentata alla Polizia di Stato resta ora in attesa di sviluppi, mentre l’avvocato Petruzzi si prepara a depositare ulteriori atti per includere nel procedimento anche la condotta della radiologa, aggiungendo un tassello a un mosaico giudiziario che, al momento, vede un unico nome iscritto nel registro degli indagati: quello del chirurgo.textCopyDownload




