Riccardo Cocciante compie ottant’anni e pubblica un nuovo singolo, “Ho vent’anni con te”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nato a Saigon il 20 febbraio del 1946, da padre italiano e madre francese, Riccardo Cocciante taglia oggi il traguardo degli ottant’anni e lo fa, come da copione per uno che alla musica ha consegnato gran parte della propria esistenza, nel modo che gli riesce più naturale: pubblicando un disco. L’artista, quello che in tanti ricordano ai tempi di Margherita o della sanremese Se stiamo insieme — l’unica volta in cui partecipò in gara al Festival, vincendolo nel 1991 —, torna sulle scene proprio nel giorno del compleanno con un singolo dal Titolo emblematico, “Ho vent’anni con te” -1-3-5. Il pezzo, scritto in collaborazione con Luc Plamondon e Pasquale Panella, anticipa l’omonimo album la cui uscita è prevista per il 13 marzo, a vent’anni esatti dall’ultima fatica discografica. Un gesto quasi simbolico, questo, che racconta di un uomo il quale, nonostante l’età anagrafica, sembra voler guardare avanti, proiettato com’è verso nuovi progetti piuttosto che fermo a contemplare il già fatto -7.

Del resto, la carriera di Cocciante è costellata di svolte e di sperimentazioni, da quando esordì con lo pseudonimo Riccardo Conte, passando poi per il nome d’arte Richard Cocciante, prima di approdare al successo definitivo nel 1974 con Bella senz’anima, un brano contenuto nell’album “Anima” che portava la prestigiosa firma degli arrangiamenti di Ennio Morricone e Franco Pisano -1-7. Fu quello l’inizio di un percorso che lo avrebbe portato a vendere milioni di dischi, a collaborare con parolieri del calibro di Mogol, a scrivere canzoni entrate nell’immaginario collettivo come A mano a mano — poi reinterpretata da Rino Gaetano — e Questione di feeling, il celebre duetto con Mina -1. Sempre mantenendo uno stile inconfondibile, fatto di melodie potenti e di un’interpretazione viscerale, che gli hanno permesso di varcare i confini nazionali, incidendo in francese, in spagnolo e in italiano, e di raccogliere consensi in Sudamerica come in Europa -1-7.

Un docufilm e il ritorno di Notre Dame de Paris

La ricorrenza dei ottant’anni è stata l’occasione, per Cocciante, di concedersi per la prima volta un racconto biografico ufficiale. Il regista Stefano Salvati, noto per i suoi video musicali e per gli spot pubblicitari, ha diretto “Il mio nome è Riccardo Cocciante”, il docufilm prodotto da Daimon Film in collaborazione con Rai Documentari che verrà proiettato in anteprima nazionale al Cinemacity di Ravenna a partire da oggi, venerdì 20 febbraio, e fino al 23, per poi approdare in altre sale selezionate e infine in prima serata su Rai1 il 4 marzo -5-9. Un ritratto intimo che, attraverso materiali di repertorio e fotografie inedite, ripercorre la vita dell’artista dalle origini vietnamite fino ai progetti più recenti, compreso l’utilizzo, per la prima volta, di contenuti generati dall’intelligenza artificiale per impreziosire le sequenze legate alla gioventù -3-5.

Parallelamente, a testimoniare la vitalità di un compositore che non si è mai limitato alla sola forma-canzone, riparte la tournée di “Notre Dame de Paris”, l’opera popolare moderna ispirata al romanzo di Victor Hugo che Cocciante musicò su libretto di Luc Plamondon e che debuttò in Italia nel 2002. A quasi venticinque anni dalla prima messa in scena italiana, lo spettacolo tornerà nei teatri a partire dal 26 febbraio da Milano, per attraversare l’intera penisola con un calendario fittissimo che si concluderà a Roma il 6 gennaio del 2027 -3-9. E a chiudere il cerchio di questo autunno ricco di impegni, ci saranno i live all’aperto del tour “Io… Riccardo Cocciante nel 2026”, che dal 20 giugno porterà l’artista in alcune delle location più suggestive del panorama estivo italiano, da Piazza San Marco a Venezia all’Anfiteatro degli Scavi di Pompei, fino al Teatro Greco di Siracusa e allo Sferisterio di Macerata, passando per castelli e parchi archeologici -3-9.

La vita privata e le origini di un cantautore senza confini

Se la carriera di Cocciante è sotto i riflettori da oltre cinquant’anni, la sua vita privata è sempre stata piuttosto riservata. Lui, che da ragazzino lasciò Saigon per trasferirsi a Roma all’età di undici anni, ha sempre mantenuto un forte legame con le sue radici familiari: il padre italiano, originario dell’Abruzzo, e la madre francese, quella che gli ha trasmesso quella doppia anima culturale che poi ha caratterizzato tutta la sua produzione artistica -8-10. Cresciuto in un ambiente di melomani — come lui stesso ha raccontato, parlando dell’amore per Rossini e per il “Barbiere di Siviglia” —, Cocciante ha saputo fondere la leggerezza del melodramma con la potenza della musica popolare, creando un linguaggio universale che ha superato le mode -1.

Accanto a lui, da più di quarant’anni, c’è Catherine Boutet, l’ex funzionaria di una casa discografica parigina che sposò nel 1983 e dalla quale ha avuto un figlio, David, nato nel 1990 e oggi affermato graphic designer, che di seguire le orme paterne non ne ha mai voluto sapere -2-4-6. Una famiglia solida, lontana dai riflettori, che forse gli ha permesso di attraversare i decenni con quella coerenza artistica che lo ha sempre contraddistinto. Dai primi successi degli anni Settanta, quando imponeva all’attenzione del pubblico brani come Quando finisce un amore — che nel 2024 Irama scelse di duettare con lui sul palco dell’Ariston —, fino alla vittoria sanremese e ai trionfi internazionali con il musical, il percorso di Cocciante è stato lineare, quasi ostinato, fatto di una ricerca continua e di un rifiuto per ogni forma di immobilismo -1-7.

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