Meningite in Inghilterra, il focolaio rapido e ampio spinge Keir Starmer a fare un appello

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Redazione Salute Redazione Salute   -   L’allarme sanitario scoppiato nella contea del Kent, a sud-est di Londra, ha assunto i contorni di una crisi di proporzioni inusuali per la storia medica recente del Regno Unito, al punto che il primo ministro Keir Starmer è intervenuto personalmente alla Camera dei Comuni per lanciare un appello diretto ai giovani. Il fulcro dell’emergenza, come ormai accertato dalle autorità sanitarie britanniche, è un locale notturno di Canterbury, il Club Chemistry, frequentato nei giorni del 5, 6 e 7 marzo da centinaia di studenti. È a loro, e a chiunque sia stato in quel contesto, che Starmer si è rivolto, invitandoli a presentarsi senza indugio per sottoporsi alla profilassi antibiotica, un’azione resa necessaria dalla velocità di propagazione del batterio. Il bilancio, aggiornato all’ultimo bollettino della UK Health Security Agency (Ukhsa), parla di venti casi accertati o in fase di valutazione – nove dei quali confermati in laboratorio – e di due giovani vite spezzate: una studentessa diciottenne dell'ultimo anno delle superiori e un ragazzo di ventun anni iscritto all'Università del Kent. Il ministro della Salute, Wes Streeting, di fronte a questa escalation, non ha esitato a usare termini forti, definendo l’accaduto un’epidemia “senza precedenti” per rapidità di diffusione e ampiezza del focolaio, sebbene abbia tenuto a precisare come il rischio generalizzato per la popolazione resti contenuto.

La mobilitazione sanitaria tra vaccinazioni e tracciamento di massa

Di fronte alla propagazione del contagio, che ha già coinvolto cinque scuole secondarie e due atenei del territorio – l’Università del Kent e la Canterbury Christ Church University – il sistema sanitario pubblico britannico ha messo in campo una macchina organizzativa imponente. Oltre duemilacinquecento persone hanno già ricevuto una dose di antibiotico come misura preventiva, ma il dato più rilevante riguarda la campagna vaccinale mirata partita nel campus universitario: circa cinquemila studenti sono stati convocati per ricevere il siero contro il meningococco di ceppo B, il tipo individuato dalle analisi come responsabile dei contagi. Le immagini delle lunghe code di ragazzi in attesa fuori dalla palestra dell’ateneo raccontano, meglio di qualsiasi dichiarazione, il clima di preoccupazione che si è impadronito della comunità giovanile, una generazione che gli esperti definiscono “pre-vaccino”. Il motivo, come spiegato dallo stesso Streeting in Parlamento, è che la vaccinazione di routine contro il MenB per i neonati è stata introdotta nel Regno Unito solo nel 2015, lasciando di fatto scoperti tutti coloro che oggi frequentano le scuole superiori e le università. Una falla nel sistema di prevenzione che la titolare del Club Chemistry, Louise Jones-Roberts, in una lettera aperta indirizzata a Starmer, ha denunciato come intollerabile, chiedendo un allargamento immediato della platea dei vaccinati a tutti i giovani tra i dieci e i venticinque anni.

La risposta delle autorità e la valutazione del rischio europeo

Mentre gli studenti e le loro famiglie vivono ore di apprensione, e si moltiplicano le segnalazioni di difficoltà nel reperire il vaccino nel settore privato – con catene farmaceutiche come Boots e Superdrug costrette a creare liste d’attesa per la carenza di dosi – le istituzioni sanitarie continuano il lavoro di tracciamento. Il primo ministro, nel suo intervento ai Comuni, ha espresso le condoglianze alle famiglie delle due vittime, ma l’attenzione del governo è ora tutta concentrata sulla gestione operativa della crisi e sull’evitare che il panico prenda il sopravvento. Parallelamente, l’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito sta lavorando a stretto contatto con le autorità francesi: un caso di meningite diagnosticato in Francia, infatti, è risultato collegato epidemiologicamente al focolaio di Canterbury, riguardando una persona di ritorno dall’Inghilterra. Un secondo caso, sempre in Francia, era stato inizialmente segnalato ma non ha trovato successive conferme di correlazione diretta. Nonostante questa propagazione oltre i confini nazionali, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha voluto fare chiarezza, valutando come “molto basso” il rischio per la popolazione generale dell’Unione Europea, data la natura del contagio che richiede contatti stretti e prolungati per trasmettersi, come nel caso di condivisione di bevande, sigarette elettroniche o baci.

L’ombra di un “superspreading” e il nodo della copertura vaccinale

L’ipotesi che il locale notturno di Canterbury abbia funto da acceleratore per la diffusione del batterio, trasformandosi in un focolaio ad alta densità di contagio, è al centro delle indagini epidemiologiche. La cosiddetta “sindrome da meningococco” ha un periodo di incubazione che può arrivare fino a quattordici giorni, e questo lascia presagire la possibilità di ulteriori diagnosi nei prossimi giorni, sebbene i funzionari sanitari ripetano che la finestra critica per chi è stato esposto si stia chiudendo. La rapidità con cui la malattia può degenerare – dalla comparsa dei primi sintomi simil-influenzali a un quadro di setticemia fulminante – impone però di non abbassare la guardia. La vicenda, oltre a rappresentare una tragedia per le famiglie colpite, ha riacceso il dibattito sulla necessità di rivedere i piani vaccinali, estendendo la copertura anche a quelle fasce d’età, oggi adolescenti e giovani adulti, che la riforma del 2015 ha lasciato scoperti, un vuoto che il focolaio del Kent ha drammaticamente messo in luce.

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