"Perché lo ha fatto": il pilota dell’Air India e il mistero dello schianto di Ahmedabad

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si chiamava Sumeet Sabharwal, aveva 56 anni e alle spalle una carriera impeccabile: oltre 8 mila ore di volo, un curriculum senza macchia e pochi mesi alla pensione. Eppure, secondo quanto emerge dalle indagini preliminari, potrebbe essere stato proprio lui a spegnere i motori del Boeing 787 Dreamliner della Air India, precipitato il 12 giugno scorso ad Ahmedabad con 241 persone a bordo – nessun sopravvissuto, a eccezione di un passeggero – e altre 19 vittime a terra. Un mese dopo quella che è già considerata una delle peggiori tragedie aeree del secolo, i dettagli che affiorano lasciano intravedere un quadro inquietante.

Il report preliminare, ancora incompleto ma già denso di elementi controversi, segnala un’anomalia nei comandi del carburante, passati bruscamente dalla posizione "RUN" a "CUTOFF" durante la fase critica del decollo. Un gesto che, se confermato, non sarebbe riconducibile a un guasto tecnico, ma a un’azione deliberata. Le autorità, pur mantenendo un atteggiamento cauto, non escludono alcuna ipotesi, inclusa quella del "gesto volontario".

Sabharwal, secondo fonti vicine all’inchiesta, era reduce da un periodo di forte stress emotivo legato alla recente morte della madre, evento che lo avrebbe spinto in uno stato di depressione profonda. Alcuni colleghi, interpellati dagli investigatori, hanno parlato di un uomo "cambiato" negli ultimi mesi, più chiuso e distante, sebbene nessuno avesse mai segnalato comportamenti tali da compromettere la sicurezza del volo. La compagnia aerea, dal canto suo, ha ribadito che tutti i protocolli di controllo psicologico erano stati rispettati.

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