Pensioni, l’inganno dei numeri: quasi la meta’ non versa, il sistema regge solo sulla pelle di pochi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La fotografia del sistema pensionistico italiano, scattata dall’analisi di Alberto Brambilla pubblicata sul Corriere della Sera, restituisce un’immagine distante anni luce dalla retorica della “pensione d’oro” e della spesa sociale incontrollabile. In realta’, il dato strutturale che emerge dai numeri – elaborati a partire dalle rilevazioni Istat e della Ragioneria dello Stato – e’ ben piu’ inquietante: quasi la meta’ degli assegni erogati, precisamente 7,2 milioni su un totale di 16,3 milioni di pensionati, non ha alcuna copertura contributiva reale o ne ha una talmente esigua da rasentare l’inesistenza. Questa massa crescente di prestazioni, che nulla ha a che vedere con i versamenti effettuati dai lavoratori, finisce per gravare interamente sulle spalle di una minoranza sempre piu’ stretta di contribuenti, i quali, come spiega il presidente del Centro Studi Itinerari previdenziali, subiscono tagli e mancate indicizzazioni (si veda la riforma Fornero o le scelte del governo Meloni) per tenere in vita un colosso assistenziale che spesso premia l’economia sommersa.

Il paradosso dell’assegno sociale e dei “fantasmi” fiscali

Un esempio lampante di questa deriva e’ rappresentato dall’Assegno Sociale, la principale misura assistenziale destinata a chi, raggiunti i 67 anni di eta’ (soglia che salira’ a 67 anni e un mese nel 2027), non ha diritto ad alcuna pensione per mancanza di contributi. Negli ultimi tre anni, quasi 270mila cittadini hanno fatto richiesta di questo beneficio, e la maggior parte di loro – secondo il rapporto – era completamente “sconosciuta” all’Inps e al fisco. In pratica, si tratta di persone che hanno vissuto per decenni ai margini del sistema contributivo, spesso lavorando in nero o affidandosi al welfare familiare, per poi presentarsi allo sportello pubblico a fine corsa pretendendo un sussidio. Il meccanismo e’ distorto: chi rientra in questa casistica, cosi’ come i cosiddetti “contributivi puri” che non raggiungono l’importo minimo della pensione ordinaria, beneficia non solo dei 546,22 euro mensili (per 13 mensilita’), ma accumula una serie di bonus esentasse – dalla quattordicesima alla social card, fino ai bonus affitto e bollette – che possono portare il reddito complessivo annuo a sfiorare i 15mila euro. Un trattamento, questo, che di fatto scoraggia il lavoro regolare, poiche’ la convenienza a dichiarare redditi bassi per mantenere l’Isee sotto soglia diventa, per molti, piu’ vantaggiosa di un’occupazione stabile.

La stretta del 2027 tra requisiti e perequazione

Mentre il sistema vacilla sotto il peso di questa zavorra assistenziale, la macchina normativa si prepara a un nuovo giro di vite per chi, invece, i contributi li ha versati. Le indicazioni provenienti dalla Direzione Centrale per i Servizi di Ragioneria e i decreti attuativi del Ministero dell’Economia (in concerto con il Lavoro) delineano uno scenario di progressivo allontanamento dal traguardo pensionistico. Per la pensione di vecchiaia, nel 2027 l’eta’ minima salira’ ufficialmente a 67 anni e un mese, un incremento che sembra destinato a consolidarsi. Ancora piu’ significativa e’ la variazione prevista per le pensioni di natura economica: l’inflazione stimata per il 2026, attestatasi attorno al 2,8%, determinera’ gli aumenti di gennaio 2027, ma non in modo uniforme. La perequazione piena, pari al 2,8%, sara’ applicata solo agli assegni fino a circa 2.447 euro lordi mensili. Oltre questa soglia, scatta la riduzione della percentuale: un meccanismo che, se da un lato tutela le cifre piu’ basse (un assegno da 1.000 euro salira’ di 28 euro), dall’altro conferma la tendenza a comprimere le rendite medio-alte per far fronte all’enorme buco di spesa generato dalle prestazioni non contributive.

Una macchina che cammina su due gambe opposte

La sostanza, dunque, e’ contraddittoria e pesante: da una parte, si inaspriscono i requisiti anagrafici e contributivi per i lavoratori regolari, resi ancora piu’ rigidi dalle finestre mobili e dall’adeguamento alla speranza di vita; dall’altra, si assiste al moltiplicarsi di pensioni “integrate al minimo” (quasi 3 milioni su 9,9 milioni di prestazioni previdenziali pure) dove lo Stato, attraverso i contributi figurativi, arriva a raddoppiare un assegno che altrimenti varrebbe appena 350 euro. Brambilla, nei suoi numeri, descrive un paese diviso in due: i 7,2 milioni di soggetti “assistiti” (tra cui rientrano anche gli invalidi civili e le pensioni di guerra) che non hanno mai realmente alimentato il sistema, e la ristretta cerchia di chi paga le tasse, vede il proprio sforzo eroso da una pressione fiscale insostenibile. Il problema, insomma, non e’ che gli italiani siano troppo anziani, ma che la spesa pensionistica reale si sta trasformando in un gigantesco ammortizzatore sociale per l’economia sommersa, scaricando il costo di questa scelta politica – o di questa omissione di controlli – sulle spalle di chi, rispettando le regole, si vede allontanare la possibilita’ di smettere di lavorare.

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