Il ritorno alla guerra di logoramento: l'Ucraina tra freddo, blackout e il rischio di un nuovo esodo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il quinto inverno di guerra per l'Ucraina, segnato da temperature che toccano i venti gradi sotto zero, sta mettendo in luce una verità cruda e spietata: la resilienza della popolazione, per quanto eroica, ha un limite e quel limite è stato superato. Dall’ottobre dello scorso anno, la strategia di Mosca si è concentrata con metodica cinica sulla distruzione delle infrastrutture energetiche, un attacco portato non più solo lungo la linea del fronte nel Donetsk o attorno a Zaporizhzhia, ma capillarmente in tutto il Paese, dalle regioni occidentali fino alla cintura di Kyiv -5. L'obiettivo è chiaro e, nell'analisi degli osservatori militari, fin troppo lineare: piegare la volontà di resistenza degli ucraini non tanto con un'avanzata sul terreno, quanto con il freddo e l'oscurità, trasformando la vita quotidiana in una lotta per la sopravvivenza. L'ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani non lascia spazio a interpretazioni: gli attacchi di gennaio, proseguiti poi a febbraio, hanno causato interruzioni prolungate di elettricità, riscaldamento e acqua, colpendo milioni di persone e costringendo molte di loro a lasciare le proprie case per cercare rifugio in centri riscaldati, quando non all'estero -5-7.

Le conseguenze di questa pressione costante sono state certificate dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che ha lanciato un allarme chiaro: circa trecentoventicinquemila persone, rientrate in Ucraina dopo essere state sfollate nei primi anni del conflitto, potrebbero essere costrette a lasciare nuovamente il Paese nei prossimi mesi -2-8. Più di un terzo di loro, stando ai dati raccolti dall'OIM, sta già seriamente considerando l'ipotesi di un nuovo esodo all'estero. È un paradosso drammatico, questo, che colpisce proprio coloro che avevano scelto di tornare, scommettendo su una parziale normalizzazione, e che ora si trovano a dover fare i conti con un presente fatto di blackout programmati e abitazioni danneggiate. La direttrice generale dell'OIM, Amy Pope, ha sottolineato come la sola resilienza non sia più sufficiente per superare un altro inverno di stenti, e come l'accesso a un’energia affidabile non sia un lusso, ma un elemento fondamentale per la dignità e la stessa sopravvivenza delle persone -2-6.

L'assedio alle città e la risposta decentralizzata

Kyiv, la capitale, è stata uno degli epicentri di questa offensiva. A metà febbraio, le autorità municipali hanno reso noto che milleseicento edifici, tra cui oltre millecento condomini, erano ancora privi di riscaldamento a causa dei danni riportati dalle centrali termoelettriche che forniscono il teleriscaldamento alla città -7. Colpire queste infrastrutture significa spezzare il tessuto urbano: senza riscaldamento centralizzato, come documentato dai monitori Onu, gli appartamenti si trasformano in trappole glaciali, gli ascensori smettono di funzionare, isolando anziani e persone con disabilità, e le scuole chiudono i battenti -5. La risposta di Kyiv, in questo scenario, non si limita alla sola gestione dell'emergenza. Il governo, come spiegato dalla prima ministra Yulia Svyrydenko, ha fatto della generazione decentralizzata una priorità strategica, una questione di sopravvivenza dello Stato -3. L'idea è quella di abbandonare il vecchio modello sovietico di grandi impianti centralizzati, troppo vulnerabili ai missili, per costruire una nuova architettura energetica fatta di tante piccole unità di cogenerazione, turbine a gas e impianti a pistone, distribuite sul territorio e in grado di operare in autonomia.

Questa transizione forzata, che si basa sul principio del "build-back-better", è un cantiere aperto. Nella sola regione di Kyiv, come dichiarato dalla stessa Svyrydenko, sono già operative cinquantuno unità per una capacità complessiva di quasi centodieci megawatt, un primo mattone di quella che dovrebbe diventare la nuova rete nazionale -3. Volodymyr Kudrytskyi, già a capo di Ukrenergo, l'operatore della rete di trasmissione, ha recentemente spiegato come l'unica via per contrastare il terrorismo energetico russo sia proprio questa: rendere il sistema un bersaglio troppo diffuso e complesso da neutralizzare. Se colpire quindici grandi centrali è fattibile, attaccare cinquecento o mille piccoli impianti sparsi per il Paese richiederebbe uno sforzo economico e militare insostenibile per Mosca, che pure sta incrementando la produzione di droni come i Geran-2, nei quali, tra l'altro, inchieste giornalistiche continuano a scoprire componentistica elettronica di provenienza occidentale e cinese, entrata in Russia aggirando le sanzioni -1-9.

Il conto economico di una guerra infinita

Mentre la popolazione fa i conti con il gelo, l'economia ucraina cerca di tenere botta, ma i segnali che arrivano dagli istituti internazionali sono tutt'altro che confortanti. La Commissione Europea, nel suo rapporto autunnale, ha rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2025, portandole all'1,6%, con un'ulteriore flessione prevista per il 2026 -4. La produzione agricola, pilastro dell'export, soffre le regole del mercato europeo e i danni diretti alle coltivazioni, mentre l'inflazione ha ripreso a correre, toccando a settembre un +11,9% su base annua, erodendo il potere d'acquisto di famiglie già provate. Il bilancio statale, dal canto suo, è una voragine che solo gli aiuti esterni possono colmare. Il parlamento di Kyiv ha approvato un budget per il 2026 che prevede un deficit superiore al 18% del Pil, con il 60% della spesa destinata alla difesa e alla sicurezza -10. Una fetta enorme, pari a oltre un quarto del prodotto interno lordo, che rende l'Ucraina totalmente dipendente dall'iniezione di liquidità da parte di Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale, un meccanismo complesso e non scontato nei tempi di erogazione.

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