Scavi alla Casa del Jazz, Orlandi: "Forse c'è qualcosa che riguarda Emanuela"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   “Perché hanno interrotto gli scavi? C’è qualcosa lì sotto forse”: con queste domande, Pietro Orlandi è tornato a porre l’attenzione sulla villa di viale di Porta Ardeatina, un luogo che, a dispetto del nome odierno che evoca musica, è da decenni avvolto in una fitta trama di misteri legati alla criminalità romana. Il fratello di Emanuela, la ragazza scomparsa nel Vaticano il 22 giugno 1983, intervenendo al programma “Storie Italiane”, ha espresso un pensiero che molti coltivano da anni, ovvero che quell’edificio possa custodire, se non i resti della sorella, almeno elementi utili a fare luce sulla sua sparizione. Le sue parole giungono in un momento particolarmente delicato, mentre le operazioni di scavo, dopo una sospensione di diverse settimane, hanno ripreso il loro corso sotto la regia dell’ex magistrato Guglielmo Muntoni, il quale ha reperito fondi privati per procedere con le indagini.

Un cantiere tra interruzioni e riprese

I lavori di perforazione e sondaggio, avviati circa un mese fa, hanno conosciuto infatti una pausa di quasi tre settimane, un’interruzione che ha inevitabilmente alimentato le speculazioni, prima di riprendere nella mattinata di giovedì. La villa, che un tempo fu di proprietà del Vicariato di Roma per poi finire nelle mani di Enrico Nicoletti, storico cassiere della Banda della Magliana e noto per le sue connessioni con la malavita organizzata della capitale, cela nel suo sottosuolo una complessa rete di cunicoli e ambienti sotterranei. Si ritiene che lo stesso Nicoletti abbia provveduto a far tombare alcuni di questi passaggi, un’operazione che da sola basterebbe a giustificare la persistente curiosità investigativa attorno ai suoi segreti.

Il doppio filone investigativo

Gli scavi attuali, però, non si collocano esclusivamente sul solco della ricerca di Emanuela Orlandi. La villa è al centro anche di un altro capitolo di cronaca nera romana, quello relativo alla scomparsa del giudice Paolo Adinolfi, avvenuta in circostanze mai chiarite. È proprio il figlio del magistrato, Lorenzo Adinolfi, ad essere presente in cantiere assieme a Muntoni, a supervisionare le operazioni che puntano a verificare l’esistenza di un bunker o di vani occultati. Durante i primi carotaggi, effettuati nel mese di novembre, era emersa la presenza di un cunicolo che conduceva a un varco murato, un ritrovamento che ha immediatamente riacceso le speranze di poter accedere a quegli spazi nascosti di cui si è sempre parlato, e dove, secondo alcune ricostruzioni, sarebbero stati custoditi non solo armi ma anche documenti compromettenti.

Il peso di un luogo simbolo

La Casa del Jazz, quindi, si conferma come un crocevia di indagini e memorie dolorose, un simbolo tangibile di un’epoca in cui i confini tra criminalità, istituzioni e misteri irrisolti sembravano confondersi. L’interesse di Pietro Orlandi, che pure mantiene un realistico scetticismo sulla possibilità di trovare i resti della sorella in quel preciso luogo, si focalizza sulla possibilità che lì si celino informazioni, forse sepolte insieme ad altro, in grado di far compiere un passo avanti a una vicenda che da oltre quarant’anni attanaglia la sua famiglia e l’opinione pubblica. Ogni colpo di piccone, ogni analisi del terreno, viene seguito con un misto di apprensione e attesa, nella consapevolezza che quel sottosuolo, oltre a stratificazioni geologiche, potrebbe custodire strati di verità mai portati alla luce.

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