Riaperti gli scavi alla Casa del Jazz per il giudice Adinolfi, mentre riaffiora il fantasma di Emanuela Orlandi
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Redazione Interno
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Le ruspe sono tornate ad agitare il silenzio che avvolge la Casa del Jazz, a via di Porta Ardeatina, riaccendendo una delle pagine più oscure e intricate della cronaca romana. I mezzi meccanici, che hanno perforato il terreno dopo un’attenta ispezione condotta con videoradar, hanno ripreso a setacciare i cunicoli sotterranei di quello che un tempo era un bene sequestrato alla criminalità organizzata, nella speranza, mai sopita, di trovare una traccia del magistrato Paolo Adinolfi. Sul posto, a osservare con un misto di apprensione e rinnovata speranza le operazioni, i figli del giudice, Giovanna e Lorenzo, i quali, da trent’anni, attendono di dare una sepoltura al padre, svanito nel nulla all’età di cinquantadue anni una mattina di luglio del 1994. Gli scavi, che hanno impegnato le squadre per diverse ore, sono stati poi sospesi nel primo pomeriggio, lasciando ancora una volta in sospeso la risposta a un interrogativo che pesa come un macigno.
Il giorno in cui tutto si fermò
Era il 2 luglio, un sabato come tanti altri, quando Paolo Adinolfi uscì dalla sua abitazione in via della Farnesina dopo aver salutato la moglie, assicurandole che sarebbe rientrato per l’ora di pranzo. Un appuntamento domestico che, purtroppo, non avrebbe mai mantenuto. Il magistrato, che aveva da poco varcato la soglia dei cinquant’anni, aveva lavorato a lungo presso il tribunale civile di Roma, occupandosi di fallimenti di aziende di rilevanza nazionale, e solo venti giorni prima della sua misteriosa sparizione si era insediato presso la Corte d’Appello della Capitale. Un percorso professionale, il suo, che alcuni osservatori, nel corso degli anni, hanno tentato di collegare alle intricate vicende della banda della Magliana, la cui ombra lunga si stende proprio sui luoghi della scomparsa.
Un luogo simbolo tra cultura e crimine
Il cantiere aperto ieri mattina si trova in un’area carica di un simbolismo potente, quella che fu la villa di Enrico Nicoletti, noto come il cassiere del sodalizio criminale, prima che l’immobile, confiscato allo Stato, venisse riconvertito in un vivace spazio culturale. Il prefetto Giannini, presente sul posto, ha chiarito le finalità apparentemente circoscritte dell’operazione, affermando che “non cerchiamo qualcosa in particolare, poi astrattamente potremmo trovare dei corpi e uno dei corpi ipotizzati è quello del giudice Paolo Adinolfi”. Una dichiarazione che, se da un lato delinea il perimetro ufficiale delle ricerche, dall’altro non può fare a meno di riecheggiare altri nomi, altre assenze che da decenni tormentano la memoria collettiva.
L’eterno parallelo con un altro mistero
Quasi per un riflesso condizionato, ogni volta che a Roma si scava nel sottosuolo con l’intento di disseppellire un Corpo, il pensiero corre immediatamente a Emanuela Orlandi, la giovane cittadina vaticana della cui sparizione, avvenuta ben quarantadue anni fa, non si è mai avuta notizia certa. Anche in questa occasione, Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, non ha potuto fare a meno di richiamare l’attenzione pubblica su una possibile connessione tra i due casi, alimentando quella che ormai sembra una legge non scritta della cronaca nera capitolina: l’impossibilità di separare del tutto i destini di due scomparse così diverse, eppure così legate dalle medesime, inquietanti, geografie urbane.




