Nuovi scavi alla Casa del Jazz per ritrovare il giudice Adinolfi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono ripresi, con una concretezza che scuote il passato, gli scavi nei terreni della Casa del Jazz a Roma, dove le ruspe stanno setacciando il sottosuolo nella speranza di dare una sepoltura al giudice Paolo Adinolfi, di cui si persero le tracce ormai trentuno anni fa. Sul posto, a osservare un'operazione che mescola il dolore privato all'azione giudiziaria, anche i figli del magistrato, Giovanna e Lorenzo, la cui presenza silenziosa conferisce all'intera vicenda un peso umano che il tempo non ha scalfito. L'area, un tempo residenza di un esponente di spicco della banda della Magliana e oggi divenuta spazio culturale dopo la confisca, è stata ispezionata con videoradar prima di vedere l'impiego di mezzi meccanici più invasivi; lavori che, almeno per questa prima fase, si sono interrotti nel primo pomeriggio.

Il legame con un altro mistero di Roma

Quasi un riflesso condizionato, ogni qualvolta si scava nelle viscere di Roma alla ricerca di un corpo, il pensiero corre inevitabilmente a un altro nome, a un altro mistero irrisolto che da oltre quattro decenni attanaglia la città: quello di Emanuela Orlandi. L'avvio dei lavori in via di Porta Ardeatina ha immediatamente rievocato, anche nelle dichiarazioni di un familiare della ragazza scomparsa, l'inquietante possibilità che i cunicoli sotto la Casa del Jazz possano celare i resti della cittadina vaticana, intrecciando così due indagini in un unico, tormentato filone d'inchiesta.

La scomparsa del magistrato

La storia della scomparsa del giudice Adinolfi affonda le sue radici in un sabato mattina di luglio del 1994. Uscito dalla sua abitazione in via della Farnesina, dopo aver salutato la consorte con la rassicurante promessa di un ritorno per l'ora di pranzo, il magistrato si dissolse nel nulla. La sua carriera, che lo aveva visto operare presso il tribunale civile romano nella sezione Fallimentare – un incarico che lo portò a occuparsi di realtà aziendali di rilevanza nazionale – si era da poco arricchita di un nuovo capitolo, con il trasferimento alla Corte d’Appello della Capitale avvenuto appena venti giorni prima della sua misteriosa sparizione.

Il retaggio criminale del luogo

L'attenzione degli investigatori si è concentrata su quel complesso non a caso, poiché esso sorge su un luogo un tempo controllato dalla criminalità organizzata. Quella che oggi è una vivace realtà culturale, infatti, era in origine la dimora di Enrico Nicoletti, figura di primo piano e cassiere della banda della Magliana, il che getta un'ombra lunga e sinistra sulla possibile fine del magistrato e su ciò che, forse, il terreno ha custodito per tutti questi anni.

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