Il Golfo come prigione: la tregua che nessuno vuole e l’Europa fantasma

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Ci voleva una guerra nel punto più strategico del pianeta per scoprire che nessuno, in realtà, ne aveva davvero il controllo. Secondo quanto documentato dallo Statistical Review of World Energy 2025, il Golfo arabo-persiano contiene da solo il 48% delle riserve accertate di petrolio a livello globale, fornendo l’anno precedente quasi un terzo dei consumi mondiali; possiede inoltre il 40% del gas naturale e alimenta il 23% delle esportazioni di Gnl. È in questo luogo, un vero e proprio "ventre molle" dell’economia mondiale, che Stati Uniti ed Israele hanno scatenato un conflitto durato quasi sei settimane contro la Repubblica Islamica dell’Iran, portando il mondo molto vicino a un collasso energetico prima che una tregua fragile, mediata dal Pakistan, riuscisse a gelare – almeno temporaneamente – le ostilità.

L’angolo cieco di Trump e il paradosso di una vittoria inesistente

Ora che la fase più acuta sembra avviarsi verso un sensibile raffreddamento, chiunque osservi la scena da fuori si trova a dover fare i conti con una realtà paradossale: Donald Trump, che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno, si è ritrovato in un vicolo cieco. Il politologo Ian Bremmer, che abbiamo avuto modo di ascoltare mentre filtravano le prime indiscrezioni su un rifiuto iraniano ai negoziati, lo ha descritto con una lucidità quasi chirurgica: l’unica strada percorribile per il presidente era dichiarare vittoria e chiuderla lì, anche a costo di lasciare sul campo un Iran più baldanzoso e incattivito, capace di tenere in scacco lo stretto di Hormuz. E in effetti, il "cessate il fuoco" negoziato non ha risolto alcuna delle questioni di fondo: l’arricchimento dell’uranio persiano è ancora sul tavolo, le infrastrutture militari sono danneggiate ma non distrutte, e la capacità di Teheran di minacciare le rotte marittime è diventata, paradossalmente, la sua principale leva contrattuale.

L’Europa e quella retorica sul diritto internazionale che nessuno ascolta più

In questo scenario di alta tensione, dove il controllo dello stretto di Hormuz è stato chiuso e riaperto come una saracinesca, l’assenza dell’Europa è stata tanto silenziosa quanto assordante. Il ministero degli Esteri dell’Iran, in una nota che suona come una condanna senza appello, ha liquidato le posizioni comunitarie definendole "l’apice dell’ipocrisia": quella stessa Europa che rispolvera il "Diritto internazionale" per fare la morale agli altri, secondo Teheran, ha dato il via libera di fatto a una guerra di aggressione, chiudendo un occhio sulle atrocità mentre parlava di pace. Una divisione interna cronica – spiega l’analista Harsh V. Pant – ha reso l’Unione irrilevante sul campo, incapace di mediare come avrebbe potuto fare un vero attore globale, lasciando il vuoto politico a potenze esterne come la Cina o la stessa Pakistan, che hanno approfittato dell’occasione per ritagliarsi un ruolo da protagonisti nella diplomazia regionale.

Le clausole velenose e la fragilità di un accordo già violato

La tregua, della durata di sole due settimane, poggia su fondamenta talmente instabili che molti analisti la definiscono già una "pausa tattica" più che un vero passo verso la pace. Da un lato, gli Stati Uniti chiedono la smantellamento del programma missilistico e la fine delle ambizioni egemoniche di Teheran; dall’altro, la Repubblica Islamica presenta un documento di dieci punti che prevede, tra le altre cose, il mantenimento dei propri diritti di arricchimento e un meccanismo di pedaggio per le navi che attraversano lo stretto, una sorta di "rischio sovrano" da monetizzare per finanziare la ricostruzione. La fragilità dell’intesa è emersa in maniera drammatica già nelle ore successive alla firma: mentre il premier pachistano annunciava un’estensione della tregua al Libano, Israele ha smentito seccamente, proseguendo i raid contro Hezbollah e dimostrando che il fronte libanese resta una bomba a orologeria pronta a far saltare qualsiasi accordo.

Il Golfo paga il conto di una guerra che non ha voluto

Se qualcuno ha pagato il prezzo più alto per questa instabilità, questo qualcuno sono gli stati del Golfo. Presi in mezzo tra la pressione americana e la ritorsione iraniana – che non ha esitato a colpire infrastrutture in Arabia Saudita ed Emirati – queste nazioni si ritrovano oggi a dover assorbire i costi economici di un conflitto che non hanno scatenato. Il rischio, come emerge dalle analisi del centro di ricerca TRT World, è che la nuova normalità nello stretto diventi una "pace fredda": un equilibrio teso dove le petroliere transitano solo sotto scorta, i premi assicurativi schizzano alle stelle e l’Iran acquisisce un potere di ricatto strutturale sulle esportazioni energetiche. In questo nuovo ordine regionale, frammentato e pericoloso, l’Europa assiste inerte mentre il mondo ridisegna le sue rotte energetiche, dimostrando ancora una volta che predicare il diritto senza la forza è solo un esercizio di stile.

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