Paura di un colpo di stato o di un assassinio, il giro di vite sulla sicurezza di Putin
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Redazione Esteri
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Non accadeva dai primi, convulsi mesi del conflitto che l’ombra di un’instabilità interna tornasse a gravare con tale peso sul Cremlino. Secondo un rapporto dei servizi segreti europei, ottenuto e divulgato da testate come Important Stories (affiliata alla OCCRP) e ripreso dalla CnN, Vladimir Putin avrebbe ordinato una vera e propria operazione di “blindatura” del proprio perimetro personale. La ragione, a dir poco inquietante per la stabilità del regime, risiede nelle “preoccupazioni di Mosca riguardo al deterioramento della sicurezza interna”. Non si tratta solo della minaccia esterna dei droni ucraini, ormai abituati a bucare le difese della capitale, ma del timore concreto di un complotto orchestrato dall’interno, di un golpe silenzioso che potrebbe arrivare dagli stessi corridoi del potere.
Le misure adottate, come si legge nei documenti, sono di una severità inedita perso per gli standard del leader russo. Nelle settimane scorse è stata impartita una direttiva precisa ai dipendenti più fedeli: niente telefoni moderni, niente internet. Cuochi, autisti, fotografi e guardie del – cioè coloro che entrano nella sfera più intima del presidente – sono stati sottoposti a una sorveglianza martellante. Gli viene proibito l’uso di mezzi pubblici e, particolare raccapricciante, i servizi di sicurezza hanno installato sistemi di videosorveglianza direttamente nelle loro abitazioni private: una misura che trasforma l’intera esistenza dei collaboratori in un’estensione della prigione del Cremlino. Chiunque voglia avvicinare il presidente deve ora sottoporsi a un doppio controllo; i telefoni, se concessi, sono versioni talmente depotenziate da non poter navigare in rete.
Il bunker e la fuga dalle residenze storiche
Parallelamente a questa cintura di sicurezza umana, lo stesso stile di vita di Putin ha subito una mutazione radicale. Addio alle residenze storiche: la sontuosa tenuta di Valdai, situata tra le due capitali, e le dimore nella regione di Mosca sono state abbandonate. La sua famiglia, come riporta l’inchiesta, ha cessato i soggiorni abituali in quei luoghi che per anni erano stati il simbolo dell’opulenza del potere. Il presidente russo trascorre ormai periodi sempre più lunghi in bunker sotterranei. In particolare, il rifugio prescelto sembra essere quello nella regione di Krasnodar, non lontano dal Mar Nero: una fortezza impenetrabile dove i segnali Gps vengono disturbati e dove la connessione internet è a singhiozzo.
Proprio a questi dispositivi di sicurezza si deve l’ennesima stretta tecnologica che sta paralizzando Mosca in questi giorni. In occasione delle celebrazioni del 9 maggio – la parata della Vittoria che anche quest’anno si terrà in tono minore, priva dei consueti mezzi pesanti – i cittadini hanno ricevuto messaggi inquietanti. Per cinque giorni, nella capitale e nell’oblast, sono state disposte “restrizioni temporanee alla connessione mobile e alla messaggistica”. Nella pratica, ciò significa blocchi ai pagamenti contactless, difficoltà con i bancomat e la messa fuori uso dei navigatori satellitari. L’obiettivo, spiegano le fonti, è duplice: rendere innocui eventuali droni kamikaze (che spesso si guidano via cellulare) e monitorare ogni flusso informativo per scovare possibili congiurati.
Il fantasma di un golpe e la paura dei droni
Il documento dei servizi cita esplicitamente un rischio che per anni era stato tabù: un colpo di stato. La paura di Putin non si limita a un attentato dinamitardo o a una fuga di notizie sensibili; il timore più grande è quello di un complotto ordito dalle alte sfere militari. In particolare, i rapporti indicano un certo nervosismo per le mosse dell’ex ministro della Difesa, Shoigu. Sebbene formalmente allontanato dal governo diretto della guerra, Shoigu conserva ancora un peso specifico enorme tra i generali. Il Cremlino teme che possa diventare il fulcro di un’alternativa al potere attuale, alimentando i sospetti che ha avuto origine proprio la scorsa primavera con la fallita rivolta della Wagner.
A rendere queste ombre ancora più minacciose è la cronaca nera recente: l’ondata di omicidi di alti ufficiali – come il caso del tenente generale ucciso a dicembre in un attentato dinamitardo – ha alimentato un clima di resa dei conti interna. Durante una riunione convocata d’urgenza dopo quella morte, i vertici della sicurezza si sarebbero scambiati accuse feroci, un segnale che la lealtà verso il presidente non è più così scontata. Putin, insomma, si trova a guardare le spalle non solo verso Kiev, ma verso i suoi stessi collaboratori, quelli che una volta avrebbero definito “la famiglia”.
Isolamento tecnologico e vita da recluso
Le conseguenze di questa paranoia si riverberano sulla vita quotidiana dei moscoviti, trasformando la città in una gigantesca gabbia di Faraday. L’interruzione dei servizi di messaggistica, come dimostrato nei giorni scorsi, non è più un’eccezione legata alle festività, ma una prassi operativa collegata allo stato d’assedio mentale del Cremlino. L’operatore telefonico più diffuso ha inviato un avviso quasi minatorio ai propri utenti, avvertendoli che i disagi nei pagamenti e nel Gps sarebbero stati “possibili” durante le vacanze di maggio. Una comunicazione asettica, che però nasconde la realtà di un leader ormai recluso in un bunker, che osserva con sospetto ogni schermo acceso.
La routine del presidente si è ridotta a pochi chilometri quadrati di sotterraneo. Raramente sale in superficie; la sua agenda pubblica è diventata fantasma, spesso riempita da filmati registrati in precedenza per simulare un’attività che non esiste più. Nel frattempo, i suoi collaboratori più stretti vivono in un regime di sorveglianza totale, consapevoli che il semplice atto di prendere la metropolitana o di inviare un messaggio potrebbe costare loro la carriera o la libertà. Una sorta di suicidio politico collettivo, dove per garantire la sopravvivenza di uno, tutti gli altri devono rinunciare alla propria.




