L’oleodotto Druzhba, il veto di Orbán e Fico, e la frattura europea nel giorno dell’anniversario

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre a Kiev la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue António Costa partecipavano alle cerimonie per il quarto anniversario dell’inizio delle ostilità, una crisi energetica e politica paralizzava Bruxelles. L’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia di Robert Fico hanno infatti opposto il loro veto al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, impedendo di fatto anche lo sblocco di un prestito da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina, risorse che Kiev attende con urgenza per sostenere la propria resistenza e tenere in piedi i conti dello Stato. Il pretesto, o la ragione sostanziale a seconda dei punti di vista, risiede nel fermo dell’oleodotto Druzhba, l’infrastruttura che trasporta il petrolio russo verso l’Europa centrale e che, dalla fine di gennaio, ha smesso di funzionare a seguito di un attacco russo contro una stazione di pompaggio in territorio ucraino -1-4. Budapest e Bratislava, che dipendono in larga misura da quel greggio grazie a una deroga alle sanzioni Ue, accusano Kiev di rallentare deliberatamente le riparazioni, una tesi che la presidente von der Leyen ha di fatto fatto propria sollecitando, nel corso della sua visita, una rapida risoluzione del problema tecnico -1-10.

La posizione ucraina, per voce del presidente Volodymyr Zelensky, è però radicalmente opposta e carica di implicazioni politiche. Nel corso di una conferenza stampa congiunta con i vertici Ue, Zelensky ha dichiarato di ritenere paradossale e inaccettabile che si chieda al suo paese di riparare un’infrastruttura danneggiata dai bombardamenti russi, sottolineando come inviare tecnici sul posto significhi esporli a un rischio letale e come, in fondo, sia assurdo pretendere che Kiev agevoli il flusso di petrolio con cui Mosca finanzia la propria macchina da guerra -6. Il presidente ucraino ha invitato Orbán a rivolgersi direttamente al Cremlino, suggerendo di chiedere a Vladimir Putin una tregua energetica che fermi gli attacchi alle infrastrutture, e ha respinto al mittente le accuse di voler boicottare le forniture, ribaltando la narrazione e ricordando che è la Russia a colpire sistematicamente le reti di transito -6.

Il nodo del prestito e le ripercussioni sul fronte energetico

La mancata approvazione del pacchetto di sanzioni e il blocco del maxi-prestito rappresentano una battuta d’arresto significativa per l’Unione, che si presentava divisa all’appuntamento con l’anniversario dell’invasione -3. L’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas non ha nascosto il suo disappunto, definendo la situazione una “battuta d’arresto” e un “inciampo” che invia il messaggio sbagliato a Mosca -3-4. Il presidente del Consiglio Ue António Costa ha richiamato Orbán al principio di “leale cooperazione” sancito dai trattati, ricordandogli in una lettera che nessuno stato membro può minare la credibilità delle decisioni prese collettivamente, ma l’appello è caduto nel vuoto -2-3. Budapest e Bratislava hanno inoltre sospeso le forniture di diesel e le scorte di emergenza di elettricità all’Ucraina, alzando ulteriormente il livello dello scontro e trasformando una disputa commerciale in un vero e proprio conflitto tra vicini, con ripercussioni immediate sulla già fragile rete energetica ucraina, messa a dura prova dagli attacchi invernali russi -2-3.

La strategia di Bruxelles, nel tentativo di smarcarsi dallo stallo, appare duplice. Da un lato, come emerso dalle parole di von der Leyen a Kiev, si sta valutando la possibilità di aggirare il veto ungherese sul prestito utilizzando strumenti alternativi legati al bilancio comunitario, per garantire comunque le risorse a Kiev “in un modo o nell’altro” -6. Dall’altro lato, si lavora per trovare soluzioni logistiche alternative all’oleodotto Druzhba, ringraziando pubblicamente il primo ministro croato Andrej Plenković per la disponibilità ad aumentare i flussi attraverso l’oleodotto Adriatico, che potrebbe rifornire Ungheria, Slovacchia e Serbia via mare e via terra, un’opzione tecnicamente percorribile ma più costosa e complessa -1-6. Tuttavia, la risoluzione della crisi appare legata a doppio filo alla volontà politica di Orbán, il quale, con elezioni imminenti in Ungheria, gioca la carta del nazionalismo energetico per dimostrare a casa propria di difendere gli interessi nazionali contro le presunte prepotenze di Kiev e della burocrazia europea -9.

Le ragioni di Mosca e il costo della guerra

Sullo sfondo di questa crisi diplomatica, la macchina da guerra russa continua la sua avanzata, seppur lenta e costosa in termini di vite umane. Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha rilanciato la sua propaganda evocando paragoni storici inquietanti per le attuali autorità di Kiev, mentre sul campo le truppe di Mosca cercano di consolidare le posizioni nel Donbass -3. Nonostante le difficoltà e le perdite, la Russia resta la regina del grano e continua a incassare ingenti risorse dalle sue esportazioni energetiche, anche se i paesi europei, come l’Italia, subiscono le conseguenze dei costi elevati dell’energia e delle politiche agricole comunitarie, che penalizzano la produzione interna a vantaggio di quella russa. Le sanzioni, pur avendo un impatto, non hanno ancora raggiunto l’obiettivo di piegare l’economia del Cremlino, e il mancato accordo sul ventesimo pacchetto rappresenta una vittoria politica per Putin, che vede confermata la crepa nel fronte occidentale.

La visita dei leader europei a Kiev, con von der Leyen che indossava i colori della bandiera ucraina, ha avuto quindi un sapore agrodolce: tanta solidarietà formale, ma nessuna soluzione concreta ai problemi immediati -6. Mentre il Regno Unito annunciava nuovi aiuti militari e la creazione di un quartier generale per una futura forza multinazionale, l’Unione Europea si è ritrovata con le mani legate dal veto di due dei suoi membri -7. La richiesta di von der Leyen a Kiev di accelerare le riparazioni del Druzhba, per quanto tecnicamente motivata dalla necessità di togliere a Orbán il suo casus belli, suona come un paradosso in tempo di guerra: si chiede al paese aggredito di riparare i danni causati dall’aggressore per garantire all’aggressore di continuare a incassare i proventi del petrolio, e tutto questo per sbloccare gli aiuti che dovrebbero servire a difendersi dall’aggressore stesso -1-6.

L’impasse diplomatica e i nodi irrisolti

Le trattative per sbloccare la situazione procedono quindi a rilento, con il Consiglio Ue che ha incaricato la Commissione di studiare tutte le vie legali per forzare il blocco, consapevole che il tempo gioca a favore di Mosca. Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha definito il veto “scandaloso”, mentre il collega tedesco Johann Wadephul ha accusato Orbán di tradire i propri ideali storici di lotta per la libertà -2-3. Eppure, la posizione di Budapest rimane granitica: niente via libera al prestito e alle sanzioni fino a quando il petrolio russo non tornerà a scorrere attraverso l’Ucraina. Una posizione che trova sponda in Slovacchia, dove Fico ha già ordinato lo stop alle forniture elettriche di emergenza, gettando un’ombra sui rapporti di buon vicinato e sulla stessa credibilità dell’Unione come attore geopolitico unitario -1. Il paradosso, come rilevato da più osservatori, è che l’oleodotto è stato messo fuori uso da un attacco russo, e Mosca continua a bombardare le infrastrutture energetiche ucraine, rendendo ogni intervento di manutenzione estremamente pericoloso se non impossibile.

Dall’inizio dell’invasione su vasta scala, l’Ue ha approvato diciannove pacchetti di sanzioni, riuscendo sempre a trovare un compromesso, seppur all’ultimo minuto. Questa volta, però, la miccia è rappresentata da un elemento concreto e tangibile come il flusso di petrolio, e il rischio di una rottura definitiva è concreto. Se il ventesimo pacchetto dovesse saltare, sarebbe la prima volta che l’Unione non riesce a trovare l’unanimità su una misura restrittiva contro Mosca, e ciò rappresenterebbe un segnale di cedimento politico di portata storica. Kaja Kallas ha ventilato l’ipotesi di tornare all’utilizzo degli asset russi congelati per finanziare Kiev, una strada giuridicamente complessa e che richiederebbe comunque un’ampia convergenza politica, al momento non scontata -2. Nel frattempo, a Kiev e in tutta l’Ucraina, si contano i morti e si celebrano le commemorazioni con la rabbia di chi si sente tradito da chi, in Europa, antepone i propri interessi energetici alla solidarietà verso un paese che lotta per la propria sopravvivenza.

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