Referendum giustizia, l’Anm esulta: «Ha vinto la Costituzione» e le piazze italiane si riempiono per il no

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Ha vinto la Costituzione». Con questa affermazione, tanto lapidaria quanto carica di significato, la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati ha aperto il commento a caldo sul risultato del referendum confermativo, sottolineando come la giornata rappresenti «un bel giorno per il nostro Paese». Una precisazione, quella contenuta nella nota, che ha voluto scindere nettamente la vittoria dal perimetro della categoria per collocarla invece nell’alveo della collettività: «Non per la magistratura, ma per tutte le cittadine e i cittadini». Un’enfasi, questa, che trasforma il verdetto popolare in un presidio di valori superiori, sebbene lo stesso sindacato delle toghe abbia tenuto a specificare come il risultato ottenuto non vada interpretato come un traguardo, bensì come «un punto di partenza».

Milano in controtendenza e il Sud come baluardo del fronte contrario

Se il dato nazionale ha premiato il fronte del “No” con una percentuale netta, attestatasi attorno al 54%, l’analisi territoriale rivela una geografia elettorale complessa, capace di delineare le fratture interne al Paese. Solo tre regioni – Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia – hanno registrato la prevalenza del “Sì”, configurandosi come roccaforti del consenso alla riforma costituzionale voluta dal governo. Eppure, è proprio all’interno di una di queste, la Lombardia, che si è consumato il paradosso più evidente: Milano, capitale morale e cuore pulsante della regione, ha offerto una fotografia in netta controtendenza, premiando il “No” con un margine ampio che ha finito per ridimensionare la portata della vittoria del fronte opposto nel resto del territorio.

In piazza Duomo, la sera dello spoglio, la celebrazione ha assunto i toni della festa popolare, con il centrosinistra compatto – dal Partito Democratico ad Avs, dal M5S a Rifondazione comunista – a mescolarsi ai militanti della Cgil e dell’Anpi. I cori si sono intrecciati con le note di “Bella Ciao” e i brani di Vasco Rossi, in un tripudio di bandiere e slogan che, se da un lato hanno celebrato il risultato cittadino, dall’altro hanno rappresentato la reazione a una campagna elettorale definita dagli stessi esponenti del Pd “basata sulle bugie”. La segretaria del Pd Lombardia, nel commentare il dato, ha rivendicato la centralità dei valori costituzionali come fattore aggregante, capace di mobilitare un’elettoralità urbana spesso distante dalle dinamiche del voto provinciale.

Le piazze italiane da Roma a Napoli e la delimitazione del consenso al governo

Il vento del “No” non ha soffiato solo sul capoluogo lombardo. Da Roma a Palermo, passando per Torino, Napoli e Bologna, le grandi città hanno scandito una bocciatura quasi plebiscitaria della riforma, contribuendo a ridisegnare i confini del consenso politico. Nella capitale, il corteo partito da piazza Barberini e diretto verso piazza del Popolo ha visto la partecipazione diretta dei vertici dell’opposizione, con Elly Schlein e Giuseppe Conte a fianco dei manifestanti, in un clima di esultanza che ha unito i vari comitati per il “No”.

Ma è al Sud che il messaggio referendario ha raggiunto la sua massima intensità. La Campania, con un risultato che ha sfiorato il 65,2%, si è imposta come la regione più ostile al “Sì”, seguita a ruota dalla Sicilia, dove – nonostante il dato preoccupante di un’affluenza spesso definita “negativa” nel dibattito pre-elettorale – il fronte contrario ha superato abbondantemente il 60% delle preferenze. Un dato, quest’ultimo, che assume un peso specifico notevole considerando che si tratta di territori amministrati dal centrodestra, svelando una capacità di mobilitazione trasversale capace di prescindere dalle tradizionali appartenenze amministrative. Anche in altre dieci regioni governate dalla coalizione di centrodestra, il “No” ha infatti prevalso, isolando politicamente l’esecutivo in una manciata di roccaforti settentrionali.

La lettura dell’Anm tra autonomia e le implicazioni per il governo

La reazione dell’Associazione nazionale magistrati, pur nella formale esultanza, ha gettato le basi per una riflessione che guarda già oltre il verdetto delle urne. Il riferimento al “punto di partenza”, contenuto nella nota ufficiale, lascia intendere come la battaglia sulla giustizia sia destinata a proseguire su altri fronti, probabilmente in sede parlamentare con le leggi di attuazione della riforma – quella stessa riforma che il popolo ha bocciato – o nelle aule giudiziarie dove si giocheranno le interpretazioni dei nuovi assetti. La stessa presenza del governo, con la premier Giorgia Meloni che aveva precedentemente definito la riforma un «traguardo storico», si trova ora a dover gestire il contraccolpo di una sconfitta che, nel merito, ridimensiona l’agenda delle riforme costituzionali.

Per il sindacato delle toghe, la vittoria rappresenta la conferma della bontà delle proprie argomentazioni, quelle che avevano portato alla creazione del comitato “Giusto dire No” e che, nei mesi precedenti, erano state al centro di un vivace scambio epistolare con il ministero della Giustizia riguardo ai finanziamenti e alla presunta ingerenza nella campagna. In questo contesto, la celebrazione nelle piazze – da Milano a Napoli, dove i magistrati stessi si sono uniti ai festeggiamenti cantando “Bella Ciao” – ha assunto il valore di una rituale presa di distanza dalle accuse di politicizzazione, ribadendo al contrario la natura “civica” della mobilitazione.

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