Adriano Goldschmied, il padre del denim che vestì gli eroi (e i sogni) prima di salutarci a 82 anni
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Non fu solo la tela blu a piacergli, ma l’idea che quella tela potesse racchiudere una promessa di riscatto e bellezza, una promessa che Adriano Goldschmied – morto domenica a 82 anni all’ospedale di Castelfranco Veneto – ha mantenuto per oltre mezzo secolo, trasformando un capo da lavoro in un fenomeno culturale globale. Nato a Ivrea il 29 novembre 1943, portava nel nome un destino quasi scritto: glielo scelse il padre Livio, braccio destro di Adriano Olivetti, in un atto di fede verso quell’utopia concreta dell’imprenditore eporediese. Livio Goldschmied, però, non poté assistere a quella carriera. Antifascista del Partito d’Azione, fu arrestato e deportato ad Auschwitz; l’unico incontro con il figlio avvenne di notte, poche ore dopo la nascita, sotto la sorveglianza dei carabinieri: il tempo di vederlo e poi sparire nella storia nera del Novecento.
L’intuizione di Cortina e la nascita del lusso informale
Fu proprio quell’assenza, forse, a spingerlo a cercare altrove un’idea di eroismo. Goldschmied la trovò nei soldati americani del dopoguerra, con quei jeans che a lui sembravano “il vestito degli eroi”. Senza alcuna formazione da stilista – e con un’incursione iniziale nel mondo dello sci – aprì il King’s Shop a Cortina d’Ampezzo nei primi anni Settanta, un negozio che sembrava fuori luogo nella perla delle Dolomiti, ma che invece intercettò subito una verità di mercato destinata a diventare il suo mantra: esiste sempre una nicchia disposta a pagare per l’unicità. Da lì nacque il concetto di “denim premium”, e poi il marchio Daily Blue (1974), il primo a trattare il jeans come un prodotto quasi snob, venduto a cifre allora proibitive per una semplice divisa operaia.
La fucina del Genius Group e i discepoli che superarono il maestro
Se Goldschmied fosse stato solo un imprenditore di successo, la sua storia sarebbe già notevole; ma il suo vero lascito è umano prima ancora che commerciale. Negli anni Ottanta fondò il Genius Group, un incubatore di talenti nel Veneto destinato a diventare l’Arcadia del denim mondiale. Da quel vivaio uscirono nomi che avrebbero scritto la moda degli ultimi quarant’anni: Renzo Rosso, che lo ha sempre chiamato “my first boss… my mentor”; Claudio Buziol, ideatore di Replay; i fratelli Bardelle di Americanino e Jacob Cohën. Lo diceva con un sorriso ironico, lui che negli anni Novanta scherzava sul fatto di essere “stufato di essere superato” dai suoi allievi, ma era un orgoglio evidente: aver creato una scuola dove il genio altrui fioriva era la sua rivincita più elegante.
Innovazione tecnica e l’ossessione per il jeans a impatto zero
Non si limitò a fare da talent scout, però. Goldschmied fu un ossessivo della ricerca, un tecnico ante litteram che rivoluzionò i trattamenti del tessuto: a lui si deve la diffusione dello stonewash, l’introduzione delle fibre Tencel e l’invenzione del denim stretch, quello che ha reso i jeans comodi come un paio di pigiami. Eppure, l’aspetto forse più visionario – e più solitario – della sua parabola arriva sul finale. Quando la sostenibilità non era ancora una parola d’ordine, lui già parlava di sprechi idrici e chimici, definendosi “una voce nel deserto” derisa da chi pensava che al consumatore non importasse nulla dell’ambiente. La sua ultima crociata, portata avanti fino all’ultimo respiro mentre viveva tra Asolo e Los Angeles, era la creazione del jeans a impatto zero: una sfida che definiva “del nuovo secolo” e che lascia in eredità a chi verrà dopo.




