Il genoma dei tumori del gatto svela una mappa genetica identica a quella dell'uomo
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Redazione Salute
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Non è solo una questione che riguarda la salute dei nostri animali domestici, ma rappresenta una svolta epistemologica per la ricerca oncologica comparata. I cambiamenti genetici che innescano e alimentano la crescita tumorale nei gatti domestici, a quanto emerge da uno studio pubblicato sulle pagine di Science, sarebbero sorprendentemente sovrapponibili a quelli che si osservano alla base dei medesimi processi patologici nell'organismo umano -2-3. La ricerca, frutto di una collaborazione internazionale che ha visto coinvolti il britannico Wellcome Sanger Institute, l'Ontario Veterinary College canadese e l'Università svizzera di Berna, ha di fatto aperto una finestra su un mondo, quello dell'oncogenoma felino, rimasto a lungo una sorta di scatola nera per la scienza -4-5. I ricercatori hanno sequenziato il Dna di quasi cinquecento campioni, precisamente 493, prelevati da gatti affetti da tredici diverse tipologie di cancro, andando a confrontare il tessuto malato con quello sano e concentrando l'analisi su circa un migliaio di geni già noti per il loro coinvolgimento nei processi tumorali umani -1-3.
Le analogie molecolari e il gene FBXW7
Ciò che emerge con chiarezza dai dati, e che costituisce il fulcro della pubblicazione scientifica, è l'identificazione di numerosi geni “driver”, cioè quelle mutazioni che guidano attivamente la trasformazione neoplastica delle cellule, presenti in entrambe le specie. In particolare, nel carcinoma mammario felino, una forma di tumore particolarmente aggressiva e frequente nelle gatte, è stato riscontrato che oltre la metà dei campioni analizzati presenta un'alterazione nel gene FBXW7 -1-4. La stessa mutazione, negli esseri umani, è correlata a una prognosi infausta nel tumore della mammella, specialmente in alcuni sottotipi particolarmente difficili da trattare come il triplo negativo -5-10. Il secondo gene più frequentemente mutato nei tumori mammari dei felini, presente nel 47% dei casi, è il PIK3CA, anche questo un noto oncogene umano per il quale esistono già terapie mirate con inibitori specifici -1-5.
L’esposizione ambientale e le firme mutazionali
Oltre alle similarità strettamente genetiche, lo studio getta luce anche sul ruolo dell'ambiente come fattore di rischio condiviso. I gatti, vivendo a stretto contatto con l'uomo nelle stesse case e negli stessi spazi urbani, sono esposti ai medesimi agenti cancerogeni ambientali, che vanno dal fumo passivo all'inquinamento domestico, fino alle radiazioni ultraviolette -2-7. Lo dimostra il fatto che nei carcinomi squamocellulari cutanei felini, una forma comune di tumore della pelle, sia stata individuata una precisa “firma mutazionale” riconducibile al danno arrecato dai raggi UV, esattamente come avviene per i tumori cutanei nell'uomo -5-8. Questa sovrapponibilità di esposizione rende il gatto domestico un modello animale spontaneo di straordinario valore, molto più pertinente rispetto ai modelli di laboratorio tradizionali, per studiare l'interazione tra genetica e ambiente nell'insorgenza del cancro -8.
Le implicazioni terapeutiche e l’approccio One Medicine
Dall'analisi dei campioni, inoltre, è emerso che alcuni farmaci chemioterapici, in particolare la vincristina e la vinorelbina, si sono dimostrati più efficaci proprio su quei tumori mammari felini che presentavano la mutazione del gene FBXW7 -1-5. Sebbene si tratti di osservazioni condotte su tessuti in coltura, e dunque bisognose di ulteriori approfondimenti clinici, questo risultato apre la strada a potenziali sperimentazioni terapeutiche incrociate. L'idea di fondo, che gli stessi autori dello studio definiscono come approccio One Medicine, è quella di creare un flusso bidirezionale di conoscenze: le terapie sperimentate con successo nell'uomo potrebbero essere testate sui gatti, e viceversa, le risposte osservate nei trials clinici sui felini potrebbero fornire informazioni preziose per disegnare meglio gli studi clinici umani, accelerando di fatto lo sviluppo di nuovi farmaci per entrambe le specie -1-4. Il gene TP53, ad esempio, è risultato il più frequentemente mutato nell'intero campione di tumori felini, con una prevalenza del 33%, un dato che rispecchia fedelmente quanto osservato nell'oncologia umana -3-8.
Una risorsa aperta per la comunità scientifica
L'intero database generato da questo imponente lavoro di sequenziamento, che ha coinvolto campioni provenienti da cinque paesi diversi, è stato reso disponibile gratuitamente alla comunità scientifica internazionale -2-6. Questo permetterà ad altri ricercatori di approfondire lo studio dei meccanismi molecolari del cancro nei gatti e di confrontarli costantemente con quelli umani, con l'obiettivo dichiarato di colmare il ritardo che l'oncologia felina accumula rispetto a quella canina e, parallelamente, di sfruttare queste analogie per comprendere meglio la malattia che colpisce anche noi -4-9. Le somiglianze, del resto, non si fermano alla mammella, ma sono state osservate anche nei tumori del sangue, delle ossa, dei polmoni, del tratto gastrointestinale e del sistema nervoso centrale, a testimonianza di una comunanza biologica profonda che lega il destino della nostra salute a quella dei nostri compagni a quattro zampe -1-7.




