Nei gatti la svolta per capire i tumori umani: trovate mutazioni dei geni identiche

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La lotta contro il cancro, quel nemico subdolo e multiforme che colpisce indistintamente, potrebbe trovare un alleato insospettabile nel salotto di casa nostra. Sono i gatti domestici, compagni di vita silenziosi che condividono con noi non solo lo spazio abitativo ma, come un’approfondita ricerca internazionale ha ora dimostrato, anche gli stessi meccanismi genetici all’origine di molti tumori. Uno studio pubblicato sulla rivista Science, frutto della collaborazione tra il Wellcome Sanger Institute, l’Ontario Veterinary College e l’Università di Berna, ha per la prima volta aperto quella che gli stessi ricercatori definiscono la “scatola nera” dell’oncogenoma felino, sequenziando il Dna di 493 campioni di tumore provenienti da gatti di cinque Paesi diversi e coprendo tredici diverse tipologie di cancro, dai carcinomi mammari ai tumori del sangue, dell’osso, del polmone e della pelle -2-6.

Un patrimonio genetico condiviso che riaffiora dalle cellule malate

L’analisi comparativa, concentrata su circa mille geni noti per il loro ruolo nell’oncogenesi umana, ha rivelato una corrispondenza sorprendente: le mutazioni che guidano la crescita incontrollata delle cellule nei piccoli felini sono spesso le stesse che alimentano i tumori nell’uomo. Il gene oncosoppressore TP53, ad esempio, è risultato il più frequentemente mutato nei campioni felini, una caratteristica che rispecchia fedelmente quanto osservato in una vasta gamma di neoplasie umane -1-3. Non si tratta, però, di una semplice analogia superficiale. I ricercatori hanno identificato ben 31 geni “driver”, quelli cioè le cui alterazioni sono effettivamente responsabili dell’avvio e della progressione tumorale, e molti di questi trovano un corrispettivo diretto nella genetica dei tumori che colpiscono noi. È il caso, per esempio, delle alterazioni nel numero di copie di geni come MYC o della perdita di PTEN, dinamiche molecolari che nei gatti come negli esseri umani rappresentano passaggi critici verso la trasformazione maligna -1.

Il carcinoma mammario felino, una finestra sul tumore al seno triplo negativo

Le analogie più eclatanti, e potenzialmente più feconde per la ricerca di nuove terapie, emergono dallo studio dei carcinomi mammari. Si tratta di una forma di cancro particolarmente aggressiva e diffusa nelle gatte, e il lavoro ha dimostrato che in oltre la metà dei campioni analizzati è presente una mutazione nel gene FBXW7, un riscontro che nell’oncologia umana è associato a una prognosi infausta e a una forma specifica e rara di tumore al seno, quello triplo negativo, per il quale le opzioni terapeutiche sono ancora limitate -2-9. La ricerca ha inoltre evidenziato che le cellule tumorali dei gatti portatrici di questa mutazione rispondevano particolarmente bene a una classe di chemioterapici, la vincristina e la vinorelbina, già in uso nella pratica clinica sia veterinaria che umana. Questo dato, sebbene ottenuto su colture cellulari, apre uno scenario inedito: la possibilità di condurre studi clinici su gatti affetti da tumori mammari con mutazione di FBXW7, utilizzando farmaci già noti, e di raccogliere dati che potrebbero rivelarsi estremamente informativi per il trattamento delle pazienti umane con la stessa alterazione genetica -2.

L’ambiente come fattore comune e il modello “One Medicine”

C’è un ulteriore elemento che rende i gatti domestici un modello di studio prezioso, se non unico. Vivendo a stretto contatto con noi, respirando gli stessi inquinanti domestici, esposti al fumo passivo o ad altri fattori ambientali, i felini sviluppano tumori in un contesto che è sovrapponibile a quello umano, a differenza di quanto avvenga nei modelli murini di laboratorio, geneticamente modificati e tenuti in ambienti controllati -3-5. Lo studio ha infatti identificato una specifica “firma mutazionale” nei carcinomi squamocellulari cutanei dei gatti, riconducibile all’esposizione ai raggi ultravioletti, esattamente come avviene per gli stessi tumori della pelle nell’uomo -2. Questa condivisione di fattori di rischio ambientali, unita alla somiglianza genetica di base, consolida l’approccio definito “One Medicine” o “Una sola medicina”, un paradigma che promuove un flusso bidirezionale di conoscenze tra la medicina veterinaria e quella umana. L’obiettivo, come sottolineano gli autori dello studio, non è solo quello di sviluppare terapie più mirate per i nostri animali, recuperando il ritardo che la ricerca oncologica felina ha accumulato rispetto a quella canina, ma anche di utilizzare i dati provenienti da questi pazienti naturali per accelerare lo sviluppo di farmaci e protocolli terapeutici destinati agli esseri umani, in un circolo virtuoso che avvantaggia entrambe le specie -5-6.

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