Unifil e la crisi in Libano
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Redazione Interno
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La missione Unifil, istituita dall'Onu nel 1978 con l'obiettivo di monitorare il cessate il fuoco tra Israele e Libano, è oggi al centro di un acceso dibattito. Nonostante la presenza di circa 1.200 soldati italiani, la forza di pace non è riuscita a impedire che Hezbollah, il gruppo militante sciita, consolidasse la sua presenza nel sud del Libano, utilizzando l'area come base per lanciare razzi contro Israele. Questo fallimento, secondo molti osservatori, è attribuibile alle scelte dell'Onu, che non ha saputo garantire l'efficacia della missione.
Recentemente, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto ufficialmente il ritiro delle forze Unifil dal sud del Libano, sostenendo che i caschi blu non garantiscono l'applicazione delle risoluzioni Onu e fungono da scudo per Hezbollah. Questa richiesta è stata ribadita dal ministro degli Esteri Eli Cohen, il quale ha sottolineato che la presenza di Unifil non ha impedito le incursioni israeliane nel territorio libanese.
La situazione è ulteriormente complicata dagli attacchi dell'esercito israeliano contro obiettivi civili e militari in Libano e nella Striscia di Gaza. In un solo giorno, le forze armate israeliane hanno condotto almeno cinque attacchi letali, causando la morte di numerosi civili, tra cui 22 persone rifugiate in una scuola gestita dall'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, a Nuseirat, nella Striscia di Gaza. Questi attacchi sono stati una risposta all'uccisione di quattro soldati israeliani da parte di un drone di Hezbollah vicino a Haifa.
Il primo ministro italiano Giorgia Meloni, preoccupata per l'escalation della violenza in Medio Oriente, ha recentemente visitato il Libano per sostenere la missione Unifil e valutare la situazione sul campo.




