Trump a Davos: sulle mosse per la Groenlandia e minaccia nuovi dazi
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Redazione Esteri
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Mentre il mondo della finanza e della politica si riunisce tra le montagne svizzere per il consueto appuntamento annuale, l’atmosfera a Davos, dove è in corso il World Economic Forum, appare quest’anno segnata da una tensione internazionale palpabile, la cui origine si colloca ben lontano dalle Alpi. Al centro della scena, infatti, si staglia nuovamente la figura del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il cui arrivo, previsto per le giornate del 21 e 22 gennaio, ha già imposto un’agenda carica di questioni spinose. Il tycoon, che mercoledì terrà un intervento speciale e giovedì potrebbe presiedere la prima convocazione del neonato Board of Peace per Gaza, ha infatti riacceso i riflettori su una vecchia aspirazione: l’acquisto della Groenlandia. Una mossa, questa, accompagnata da una minaccia concreta, quella di imporre nuovi dazi commerciali contro quei Paesi europei che hanno deciso di schierare propri militari sull’isola artica, considerata da Washington un avamposto strategico di primaria importanza.
Le rassicurazioni di facciata e il nodo danese
Nonostante il clima gelido su questo fronte, le dichiarazioni ufficiali cercano di proiettare un’immagine di distensione. Scott Bessent, segretario al Tesoro americano, ha affermato al suo arrivo a Davos che “le relazioni con la Svizzera procedono nuovamente molto bene”, parole che sembrano voler archiviare un “periodo turbolento” verificatosi nei mesi scorsi. Tali rassicurazioni, tuttavia, suonano in netto contrasto con le decisioni assise dai governi europei. La Danimarca, in particolare, ha scelto di non partecipare affatto al Forum, una assenza significativa che gli organizzatori hanno confermato senza mezzi termini, legandola esplicitamente alle crescenti tensioni con Washington sulla questione groenlandese. Un invito era stato rivolto a rappresentanti del governo di Copenaghen, ma la decisione finale, rimasta ovviamente in mano alle autorità danesi, è stata quella del forfait, un segnale politico chiaro di disappunto e di distanza.
La posizione ferma della Svizzera sul diritto internazionale
In questo intricato scenario diplomatico, anche la Svizzera, Paese ospitante, ha ritenuto necessario esprimere la propria posizione, sebbene con la consueta precisione giuridica che la contraddistingue. Interpellato dall’agenzia di stampa, il Dipartimento federale degli affari esteri, guidato da Ignazio Cassis, ha fatto sapere che “il diritto internazionale è chiaro”. La Groenlandia, secondo Berna, appartiene alla Danimarca, pur godendo di un ampio statuto di autonomia. Una presa di posizione netta, la cui chiarezza non ammette interpretazioni, e che si pone come un monito a rispettare le regole del diritto tra gli Stati, anche di fronte alle rivendicazioni o alle pressioni delle potenze maggiori. Una posizione, la cui fermezza stride con il tono conciliante delle relazioni bilaterali ribadito da Bessent.
Lo scenario geopolitico tra interessi strategici e strumenti commerciali
La vicenda, che mescola ambizioni territoriali, strategia militare e ritorsioni economiche, delinea uno scenario geopolitico dove gli strumenti della pressione commerciale vengono branditi senza troppi preamboli. La minaccia dei dazi, uno dei cavalli di battaglia dell’amministrazione Trump, torna dunque a essere utilizzata come leva per influenzare non solo gli equilibri economici, ma anche le decisioni di sicurezza e di sovranità degli alleati. L’Artico, con le sue risorse e le sue rotte, diventa così il teatro di una contesa che dal freddo dei ghiacci si trasferisce nei calcoli degli affari e della diplomazia internazionale, trovando a Davos una delle sue piazze di confronto più emblematiche. L’assenza danese, in questo quadro, non è un dettaglio trascurabile, ma il sintomo di una frattura che le rassicurazioni di circostanza faticano a ricucire.




