Elezioni a Messina, il Pd attacca De Luca e Basile e quel sondaggio segretissimo che spinge per il voto anticipato
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Redazione Interno
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Il quadro politico messinese, già reso instabile dalle dimissioni annunciate del sindaco Federico Basile – una mossa che Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord, ha motivato con la necessità di evitare una paralisi amministrativa ormai prossima, dato che “mancava un solo voto per fare la mozione di sfiducia” -7 –, si arricchisce ora di una duplice e contrapposta lettura strategica. Da un lato, infatti, il Partito Democratico, per bocca del suo segretario provinciale Armando Hyerace, ha rotto gli indugi al termine di una direzione convocata ieri, e lo ha fatto con un’aggressività lessicale che non lascia spazio a mediazioni: l’esperienza di governo targata prima De Luca e poi Basile, spiega il documento approvato all’unanimità dagli organi dem, avrebbe “fallito” l’appuntamento con la storia, gettando alle ortiche le potenzialità del PNRR per lasciare alla città soltanto “parcheggi pressoché inutili” e una ragnatela di incarichi professionali dal sapore “clientelare” -1-10. Dall’altro lato, e a suggellare la convinzione di chi quel voto lo ha provocato, emerge ora la notizia di un sondaggio definito “segretissimo” – commissionato dal movimento stesso del sindaco dimissionario – che consegnerebbe a Basile un consenso compreso tra il 44 e il 47 per cento, soglia che, qualora fosse confermata dalle urne, regalerebbe la vittoria al primo turno senza nemmeno dover temere il ballottaggio -2.
È proprio questo dato, per quanto parziale e fotografato in assenza di un quadro certo di candidature alternative, ad aver fatto cadere ogni residua esitazione all’interno dello stato maggiore di Palazzo Zanca: giocare la partita subito, in primavera, piuttosto che aspettare il naturale scadere del mandato previsto per l’autunno del 2027, significa per l’ex sindaco di Taormina e per il suo successore azzerare le variabili politiche impazzite, quelle legate alle elezioni regionali e agli inevitabili riallineamenti nazionali che, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, potrebbero riverberarsi anche sugli equilibri dello Stretto -2. Di fronte a questa mossa, tuttavia, il Partito Democratico non intende assistere inerte. Hyerace, nel corso della riunione di via Ghibellina, ha scolpito un’alternativa netta: il “deluchismo” – termine con cui i dem sintetizzano un ventennio di egemonia politica e comunicativa – va superato da una “stagione nuova” che metta al centro il lavoro stabile e non gli eventi effimeri, la giustizia sociale e non la sopravvivenza personale del leader -1.
Il pallino del sondaggio e l’ombra lunga di Cateno De Luca
La rilevazione demoscopica, tenuta nascosta fino a quando la decisione delle dimissioni non è divenuta irreversibile, ha però il pregio di svelare il calcolo reale che sottende all’intera operazione: i messinesi, interpellati sulla disponibilità a rivotare Basile anche in caso di commissariamento e di elezioni anticipate, avrebbero risposto in maniera plebiscitaria, offrendo a De Luca la prova provata che il consenso personale del sindaco uscente regge nonostante il logoramento della Giunta e la riduzione a tredici dei consiglieri di maggioranza -2-7. Una riduzione, quest’ultima, che lo stesso De Luca ha candidamente ammesso essere il sintomo di una “stanchezza” interna, un deterioramento fisiologico che si trascina da due anni e che avrebbe potuto portare, qualora non si fosse intervenuti con la mannaia del voto anticipato, al clamoroso ribaltone di qualche consigliere “aggregatosi a un interesse trasversale” -7. Il centrodestra, dal canto suo, aveva già bollato la vicenda come un “capriccio” personale di De Luca, una “pseudo strategia” orchestrata dall’area del Nisi per consentire al leader di concentrarsi sulla corsa alla presidenza della Regione senza dover gestire nel frattempo i dissidi quotidiani di una città metropolitana appena colpita dal ciclone Harry -3-5.
Le accuse del Pd: una città in ostaggio e senza visione
Il documento licenziato dal Partito Democratico, che pure evita accuratamente di fare nomi di possibili candidati sindaci o di stilare cronoprogrammi per le primarie di coalizione, scava invece nel merito di ciò che definisce “l’eredità fallimentare” delle giunte succedutesi dal 2018 a oggi. La narrazione dem è impietosa: Messina è “fanalino di coda” in tutte le classifiche sulla qualità della vita, ha cinquantacinque chilometri di costa ma nessuna politica organica per il mare, possiede un ateneo prestigioso eppure non riesce a essere una città universitaria capace di trattenere i giovani -1-10. Quei giovani che, al contrario, dalla città dello Stretto fuggono in massa e “senza farvi più ritorno”, lasciando un tessuto urbano invecchiato e un sistema produttivo composto da microimprese lasciate sole a barcamenarsi con una burocrazia sorda e dirigenti comunali a tempo determinato pronti a fare le valigie non appena arriverà il commissario -9-10. Né, a giudizio dei dem, si è scelto di puntare sulla cultura come leva di sviluppo, nonostante i giacimenti monumentali disseminati tra borghi e chiese; e il porto, vera infrastruttura strategica nel Mediterraneo, langue senza una cantieristica degna di questo nome -1.
Il Consiglio comunale e l’agenda dei prossimi giorni
Mentre il dibattito politico si arroventa e i partiti si posizionano in vista della campagna elettorale, la macchina amministrativa procede per inerzia verso il suo epilogo. Giovedì 12 febbraio, alle dodici, il Consiglio comunale è stato convocato in seduta ordinaria: all’ordine del giorno, prima della probabile e attesissima discussione sulle dimissioni ormai depositate, figurano il regolamento sul patrocinio legale per dipendenti e amministratori, una mozione sulle misure contro la povertà alimentare e il cosiddetto “welfare di prossimità”, e infine una delibera di indirizzo sulla condanna delle violenze in Iran -4. Si tratta, verosimilmente, degli ultimi atti di un’assemblea che De Luca ha definito un “freno” a velocità supersonica, un organismo che – a suo dire – dettava i tempi attraverso “riti bizantini” fatti di astensioni concordate tra centrodestra e centrosinistra per costringere i consiglieri fedeli al sindaco a votare sempre e comunque in solitudine -7. Una volta trascorsi i venti giorni regolamentari dalla presentazione formale delle dimissioni, e in assenza di un clamoroso ripensamento che appare ormai improbabile, il prefetto avvierà la procedura per l’insediamento di un commissario straordinario, il quale guiderà la città per i successivi novanta giorni, fino al voto presumibilmente fissato tra la fine di maggio e l’inizio di giugno -9.
La strategia del “Campo largo” e il tentativo di archiviare un’era
L’attacco sferrato da Armando Hyerace, che già in passato aveva criticato il silenzio del sindaco Basile su temi nevralgici come la riforma della rete ospedaliera – definita allora una “desertificazione sanitaria” per la provincia peloritana -8 –, mira ora ad aggregare tutte le soggettività politiche e civiche del cosiddetto “Campo largo”. Non soltanto i tradizionali alleati del centrosinistra, dunque, ma anche quei movimenti referendari, le associazioni ambientaliste contrarie al ponte sullo Stretto e le realtà del terzo settore che negli ultimi anni hanno incrociato le loro battaglie con quelle dei democratici -1-10. L’obiettivo dichiarato è costruire un progetto “distinto e distante” dal centrodestra ma anche e soprattutto dal deluchismo, un sistema che, secondo il ragionamento di Hyerace, si è retto per troppo tempo sull’automantenimento del potere e sulla capacità di distribuire tirocini bimestrali e incarichi fiduciari piuttosto che tracciare una prospettiva di sviluppo socioeconomico credibile -1. Rimane, sullo sfondo, il peso specifico di quel 44-47 per cento cristallizzato nel sondaggio di Sud chiama Nord, una pietra angolare sulla quale De Luca e Basile contano di edificare la “terza fase” della loro lunga esperienza di governo e che il Partito Democratico, forte della denuncia sui “fallimenti” e sulla “fuga dei cervelli”, tenterà di scalfire porta per porta.




