Arrestato a Foggia il latitante Carmine Marolda, sorpreso nel sonno dopo un anno di ricerche

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’alba del 6 maggio 2026 ha segnato la fine della latitanza per Carmine Marolda, sessantaquattro anni, detto “Ninett”, originario di Venosa, in provincia di Potenza. L’uomo, che già da gennaio dello scorso anno era sottoposto a un provvedimento restrittivo firmato dal gip del Tribunale di Bari per reati riconducibili al traffico di stupefacenti, è stato tratto in arresto dai Carabinieri all’interno di un complesso di edilizia popolare situato a Foggia, più precisamente nell’area dell’ex Onpi di corso del Mezzogiorno. A fare la differenza durante le operazioni – condotte con il supporto del reparto speciale dei Gis – è stata la meticolosa attività di monitoraggio nei confronti della donna che, pur non essendo indagata per associazione a delinquere, gli garantiva il rifugio logistico e la copertura necessaria per sottrarsi alle ricerche.

Un sonno interrotto dall’irruzione, l’effetto sorpresa decisivo per i militari

I militari, muovendosi in totale silenzio nelle prime ore della mattinata, hanno fatto irruzione nell’alloggio dove Marolda dormiva, cogliendolo in uno stato di incoscienza che gli ha impedito qualsiasi reazione o tentativo di fuga. Questa circostanza, per certi versi banale nei suoi dettagli esecutivi, rappresenta invece l’esito di una lunga trafila investigativa coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Potenza; un lavoro certosino che ha permesso di restringere progressivamente il cerchio intorno al fuggitivo, nonostante questi avesse cambiato più volte domicilio nell’arco dei quindici mesi precedenti. La scelta di nascondersi proprio a Foggia, città già nota per la permeabilità di alcune sue aree urbane, sembra avergli fornito una protezione solo temporanea, vanificata dall’ostinazione con cui l’Arma ha condotto le intercettazioni e i pedinamenti indiretti.

I fantasmi del passato giudiziario, tra narcotraffico e l’omicidio del maresciallo Di Resta

Il provvedimento che pendeva su Marolda dal gennaio 2025, sebbene nato per fatti legati al traffico di sostanze stupefacenti, si inserisce in un curriculum criminale di ben altra gravità: l’uomo, infatti, si è reso protagonista in passato dell’omicidio del maresciallo dei carabinieri Antonio Di Resta, una vicenda che da sola basterebbe a collocarlo ai vertici della pericolosità sociale. Questa circostanza – che non è sfuggita agli inquirenti durante la pianificazione dell’arresto – ha imposto l’adozione di misure di sicurezza massime, compreso l’impiego di personale specializzato per evitare spargimenti di sangue o gesti estremi. La latitanza di Marolda, oltre a rappresentare una ferita aperta per la giustizia lucana, costituiva un simbolo di impunità che nessuno, né tra i vertici militari né tra i magistrati, era disposto a tollerare ulteriormente.

L’ombra della criminalità organizzata e l’efficacia del monitoraggio preventivo

Le forze dell’ordine hanno sottolineato – senza per questo fornire dettagli espliciti sulle tecniche investigative ancora in uso – come la cattura sia stata favorita da un’attenta osservazione dei movimenti della donna che ospitava il latitante; una figura, quest’ultima, che ora dovrà rispondere del proprio comportamento davanti all’autorità giudiziaria, sebbene al momento non risultino formali contestazioni per concorso in associazione mafiosa. L’area dell’ex Onpi di Foggia, teatro di numerosi blitz degli ultimi anni, si conferma quindi un territorio complesso, dove la criminalità radicata riesce talvolta a offrire asilo a soggetti colpiti da mandati di cattura europei o nazionali. Con l’arresto di Marolda, archiviato senza spargimento di sangue né colpi di scena, gli inquirenti sperano di aver chiuso un capitolo spinoso della cronaca nera tra Basilicata e Puglia, restituendo un segnale di efficacia a un sistema investigativo spesso messo in difficoltà dalla mobilità dei latitanti.

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