Il cardinale Konrad Krajewski lascia l’Elemosineria apostolica, Leone XIV lo nomina arcivescovo della sua città natale, Lódz

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La notizia, pur nella sua apparente ritualità amministrativa, porta con sé il peso inequivocabile di un cambiamento di passo. Il cardinale Konrad Krajewski, per tredici anni l’uomo che ha incarnato la visione della Chiesa in uscita voluta da papa Francesco, lascia Roma. Il successore di Pietro, Leone XIV, lo ha nominato nuovo arcivescovo metropolita di Łódź, la città polacca dove Krajewski nacque nel 1963, contestualmente sollevandolo dall’incarico di prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, più noto come Elemosineria apostolica. Al suo posto, con effetto dal 12 marzo 2026, il pontefice statunitense ha chiamato monsignor Luis Marín de San Martín, vescovo agostiniano spagnolo di sessantaquattro anni, fino a ieri sottosegretario della Segreteria Generale del Sinodo, al quale è stata contestualmente conferita la dignità arcivescovile.

Per chi ha seguito le cronache romane dell’ultimo decennio, la figura di don Corrado – come era familiarmente chiamato da molti senzatetto – si confonde con quella di un francescanesimo praticato più nelle strade che nei palazzi apostolici. Krajewski non è stato un uomo di curia nel senso tradizionale del termine, e proprio questa sua atipicità lo aveva reso una delle figure più amate e, allo stesso tempo, discusse del pontificato precedente. Il suo modo di intendere la carità era concreto, fisico, a tratti plateale: lo si vedeva girare di notte con il suo furgoncino bianco tra le stazioni Termini e Tiburtina, distribuire coperte e pasti, ascoltare storie di emarginazione. Era la longa manus di Bergoglio, colui che traduceva in atti il monito evangelico di andare a cercare i poveri, non di attenderli. Lo aveva fatto anche a Lampedusa, portando carte telefoniche ai migranti, e in Ucraina, guidando personalmente convogli di aiuti umanitari attraverso le macerie della guerra, più volte, con il rischio concreto di incrociare il fuoco dell’invasione russa. Lo ha fatto, soprattutto, quando nel maggio del 2019 si calò in un tombino di via Santa Croce in Gerusalemme per riallacciare la corrente elettrica allo stabile occupato di Spin Time Labs, dove quattrocentocinquanta persone – tra cui un centinaio di bambini – vivevano al buio da quasi una settimana.

Una promozione che sa di congedo: il gesto clamoroso del 2019 e il nuovo corso voluto da Leone XIV

Fu quel gesto, rivendicato con un biglietto da visita lasciato sul contatore con la scritta “sono stato io”, a proiettare Krajewski sotto i riflettori della politica nazionale, scatenando la reazione durissima dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale pretese che il Vaticano saldasse i trecentomila euro di bollette arretrate. Il cardinale polacco rispose pubblicamente che avrebbe pagato lui stesso, ma aggiunse una riflessione che andava ben oltre la questione contabile: si chiese come fosse possibile che famiglie con bambini si trovassero in quelle condizioni, sollevando un tema etico prima ancora che giuridico. Quella controversia rappresentò l’apice della sua visibilità, il momento in cui la carità papale uscì dalla sacrestia per entrare nel conflitto sociale, assumendone i rischi. Ora, l’arcivescovo spagnolo Luis Marín de San Martín, uomo dall’indiscusso profilo curiale, cresciuto alla Gregoriana di Roma e con un solido retroterra teologico, raccoglie l’eredità dell’Elemosineria, un dicastero che con Krajewski aveva assunto contorni quasi operativi sul campo.

L’allontanamento del cardinale Krajewski – che qualcuno ha voluto leggere come una promozione, dato il ritorno a guidare la sua antica diocesi d’origine – assume, nei fatti, il sapore di una netta discontinuità. Il nuovo pontefice, Robert Francis Prevost, primo papa statunitense della storia, agostiniano come il neoeletto elemosiniere, sembra voler tracciare un solco preciso rispetto a certe prassi del decennio franceschino. Non si tratta di un semplice avvicendamento tecnico, ma di un segnale politico inequivocabile, letto come tale negli ambienti vaticani e ripreso con toni talvolta crudi da commentatori come Giorgio Gandola, che ha parlato di un “cardinale Bolletta liquidato da Leone” [citation:source]. La figura di Krajewski, infatti, era talmente legata all’immagine di Francesco da risultare quasi incompatibile con l’avvio di una nuova fase. Portare a corte la cosiddetta “ciurma” di don Corrado, il suo modo di procedere spesso al di fuori dei protocolli, non corrispondeva probabilmente al modello di Chiesa più istituzionale e ordinata che il nuovo corso intende perseguire.

Dalla strada alla cattedra: l’addio di “don Corrado” segna la fine di un’era per la Chiesa di Roma

Il cardinale polacco lascia dunque Roma dopo oltre vent’anni, lui che qui era arrivato nel 1998 per lavorare nell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche, passando attraverso la nomina a cerimoniere pontificio nel 1999 e quella a elemosiniere voluta da Bergoglio nel 2013, pochi mesi dopo l’elezione del papa argentino. La sua porpora, ricevuta nel concistoro del 2018, era stata da lui stesso definita “per i poveri”, quasi a voler sottrarre il Titolo a qualsiasi ambizione personalistica. Ora fa ritorno a Łódź, una città della Polonia centrale con una storia industriale complessa e un presente fatto di sfide pastorali profonde. Subentra a sua volta a un altro cardinale di peso, Grzegorz Ryś, che aveva lasciato la diocesi per guidare l’arcidiocesi di Cracovia alla fine del 2025. In molti, all’indomani di quella nomina, avevano ipotizzato che Krajewski potesse essere il candidato naturale per succedergli, ma il condizionale era d’obbligo, data la delicatezza del momento di transizione. Il dubbio, allora sollevato dall’ex direttore dell’agenzia stampa KAI, era se il nuovo papa avrebbe voluto privarsi di un collaboratore tanto vicino al suo predecessore: ora la risposta è arrivata, chiara e definitiva.

Si chiude un capitolo. Krajewski, che per tanti romani senza dimora era semplicemente “don Corrado”, torna nella sua terra, mentre l’Elemosineria pontificia cambia pelle, affidata a un arcivescovo di provata esperienza sinodale ma lontano dalle barricate della carità militante. Roma perde un prete di strada, e Łódź accoglie un pastore che dei poveri ha fatto la sua ragione di vita, sebbene in una veste istituzionale completamente diversa. Il gesto di riattaccare la luce in un palazzo occupato, con tutto ciò che rappresentava in termini di assunzione di responsabilità personale e di rottura degli schemi, resterà probabilmente l’istantanea più nitida di un pontificato che non c’è più.

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