Nutella, Lavazza e il Politecnico: quando il Piemonte è andato (davvero) nello spazio

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è stato un momento, durante la diretta della missione Artemis II, in cui l’occhio della telecamera – forse distratto dalle vertigini della distanza – ha inquadrato qualcosa di profondamente terreno: un barattolo di Nutella da 450 grammi che galleggiava placido all’interno della capsula Orion. Era il sesto giorno di missione, il 6 aprile 2026, mentre l’equipaggio raggiungeva il punto di massima distanza dalla Terra, a poco più di 406 mila chilometri di quota. L’immagine, durata appena quattro secondi, è bastata però a far scattare l’allarme (o meglio, la festa) nel mondo del marketing: per alcuni analisti, si è trattato del più grande spot gratuito mai realizzato, un valore mediatico che in soli tre giorni avrebbe superato i 67 milioni di dollari senza che la Ferrero, la casa madre piemontese, avesse speso un euro in visibilità.

Ma la sorpresa, per chi osserva il fenomeno con attenzione, non è tanto l’effetto virale in sé, quanto la conferma di un filo rosso che lega da anni il Piemonte allo spazio. Non si parla solo dell’industria pesante o dei grandi gruppi aerospaziali come Leonardo, che pure hanno una solida tradizione, bensì di un’invasione silenziosa e dolcissima di prodotti che, pur essendo nati per il consumo quotidiano, hanno rotto l’atmosfera trasformandosi in ambasciatori del Made in Italy orbitante. La Nutella, in questo senso, è solo l’ultimo (e più social) episodio di una lunga consuetudine.

Il caffè più alto del mondo

Prima della crema spalmabile, era stato il caffè Lavazza a segnare il passo. In questo caso, però, non si trattò di un semplice "bagaglio personale" finito davanti all’obiettivo per caso, ma di una vera e propria operazione ingegneristica. Già nel 2014, l’azienda torinese aveva presentato ISSpresso, la prima macchina per caffè espresso progettata per funzionare in microgravità. Realizzata in collaborazione con Argotec e l’Agenzia Spaziale Italiana, la macchina – un concentrato di tecnologia in grado di resistere a pressioni e accelerazioni fuori dal comune – venne spedita sulla Stazione Spaziale Internazionale (Iss) a bordo di una cargo Dragon di SpaceX.

Fu l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti, nel 2015, a inaugurarla ufficialmente, bevendo il primo caffè spaziale della storia: un momento di normalità surreale in un ambiente dove la gravità non esiste e dove, fino a quel momento, ci si doveva accontentare di caffè solubile in polvere. Anche in quel caso, l’operazione ebbe un ritorno di immagine notevole: l’espresso diventava un simbolo di italianità e di capacità tecnologica, unendo la tradizione del bar alla più avanzata ricerca spaziale.

Le regole ferree del volo (e la pubblicità negata)

Ma come è possibile che prodotti commerciali finiscano in volo senza violare i rigidi protocolli della Nasa? L’agenzia spaziale americana, è bene ricordarlo, ha regole ferree contro la pubblicità: nessun astronauta può promuovere marchi a pagamento durante le missioni, né tantomeno esiste un “product placement” ufficiale a bordo delle navicelle. I viveri e gli oggetti personali – entro certi limiti di peso e sicurezza – vengono scelti dagli astronauti stessi per la loro sopravvivenza e benessere psicologico. Un barattolo di Nutella, in quel contesto, non è uno sponsor, ma un pezzo di comfort food: un’abitudine affettiva lanciata a 400 chilometri di altitudine.

Se da un lato la Ferrero si è affrettata a dichiarare di non aver saputo fino a quel momento del viaggio del suo prodotto (arrivando quasi a lasciare intendere che si trattasse di una scelta autonoma dell’equipaggio), dall’altro la Nasa ha dovuto ribadire più volte che non c’era alcun accordo commerciale dietro a quella galleggiata virale. Eppure, il danno – o il vantaggio – è fatto: l’immagine del barattolo che ruota lento ha fatto il giro del mondo, dimostrando una verità scomoda per i regolamenti: a volte l’involontarietà è la forma più efficace di comunicazione.

Un’orbita tutta piemontese

Non è finita qui. Per restare in tema di eccellenze regionali, anche il Politecnico di Torino ha messo il suo mattoncino in questa conquista spaziale. Se Lavazza ha portato il gusto e Ferrero il piacere, l’ateneo torinese ha contribuito – in sinergie spesso poco visibili – alla formazione e allo sviluppo di tecnologie per i materiali e per i piccoli satelliti, laddove l’industria dell’alta tecnologia incontra la necessità di miniaturizzare i sistemi. Il Piemonte, insomma, sembra aver scoperto una vocazione cosmopolita che va ben oltre i confini della regione. Si tratta di una presenza silenziosa, fatta di piccoli gesti – un barattolo qui, una cialda di caffè lì – che però raccontano un’Italia con i piedi per terra ma la testa (e i prodotti) fra le stelle.

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