Manovra, si alza il muro fiscale sulle crypto: il 33% per le plusvalenze

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Con il via libera definitivo della Camera dei Deputati, atteso come mera formalità dopo il pronunciamento del Senato, si chiude per il settore delle criptovalute un capitolo di trattative e speranze disattese, aprendone uno segnato da un prelievo fiscale più gravoso. Il provvedimento, che trova collocazione nella Legge di Bilancio per il 2025, introduce infatti un’aliquota fissa del 33% sulle plusvalenze e sugli altri proventi derivanti dalle criptoattività, con decorrenza differita al primo gennaio 2026. L’inasprimento, che rappresenta un incremento significativo rispetto al regime precedente, non è stato temperato nel corso dell’iter parlamentare: tutti gli emendamenti presentati con l’obiettivo di ridurre l’impatto della norma o di posticiparne ulteriormente l’entrata in vigore, infatti, sono stati respinti. Il legislatore, in tal modo, ha espresso una precisa scelta di campo, optando per una tassazione che equipara questi strumenti finanziari digitali, nella sostanza, ai redditi di capitale più comuni, pur mantenendo distinzioni non secondarie.

La differenza che salva l'euro digitale

La normativa, tuttavia, non è monolitica e presenta un’eccezione di rilievo, la quale delinea una gerarchia di valore agli occhi delle autorità. Le stablecoin, ossia quelle criptovalute il cui valore è ancorato a una valuta tradizionale, godranno di un trattamento fiscale più favorevole qualora siano direttamente collegate all’euro. Per queste specifiche attività digitali, infatti, è prevista un’aliquota agevolata al 26%, la stessa applicata alle plusvalenze su titoli azionari e di Stato. Tale differenziazione, che emerge con chiarezza dal testo della manovra, sembra voler incoraggiare, o quantomeno non penalizzare, l’utilizzo di strumenti digitali percepiti come più stabili e legati all’area monetaria di riferimento, distinguendoli nettamente dalle valute puramente speculative, la cui volatilità è spesso al centro delle cronache finanziarie.

Un impatto che va oltre il semplice prelievo

Le conseguenze della nuova disciplina, però, non si limitano alla mera operazione di compravendita. La legge, infatti, fornisce una copertura normativa esplicita per includere le criptoattività detenute nel calcolo del patrimonio mobiliare ai fini dell’indicatore della situazione economica equivalente, l’Isee. Questa integrazione, tecnicamente necessaria per adeguare la normativa secondaria a un mercato in continua evoluzione, assume un peso notevole per i detentori, poiché potrebbe influire sull’accesso a prestazioni sociali agevolate o a servizi a tariffa calibrata sul reddito. Si tratta di un passaggio che, se da un lato mira a una maggiore trasparenza fiscale e a un quadro patrimoniale più completo del contribuente, dall’altro introduce una complessità aggiuntiva nella gestione e nella dichiarazione di questi beni, ponendo nuovi interrogativi pratici per gli utenti.

Il quadro d'insieme e il silenzio dei mercati

La scelta operata dal governo, che segue un dibattito internazionale ancora molto aperto sulla regolamentazione degli asset digitali, si colloca in un momento di attenzione globale crescente verso il settore. Persino l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nota per posizioni generalmente favorevoli all’innovazione finanziaria, si trova a dover bilanciare spinte diverse in materia. In Italia, l’approvazione della misura è avvenuta tra le critiche degli operatori e di una parte degli investitori, i quali paventano una fuga di capitali e un raffreddamento dell’ecosistema fintech nazionale, senza che queste proteste abbiano modificato l’orientamento della maggioranza. Il provvedimento, dunque, si appresta a diventare realtà, lasciando al futuro la valutazione dei suoi effetti concreti sulla propensione al risparmio in forme innovative e sulla competitività del panorama finanziario italiano.

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