La notte bianca del Salone del Mobile, tra archivi segreti e il baratto di Cattelan
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Mentre la città, ormai da giorni, si trasforma in una gigantesca vetrina per l’abitare di domani – con i suoi 1.850 eventi ufficiali che ridisegnano la geografia di interi quartieri, da Brera a Tortona, da 5Vie a Isola fino alle aree che circondano la Stazione Centrale – il pubblico viene invitato, forse con un pizzico di sorpresa, a compiere un gesto controintuitivo: guardarsi indietro. Perché progettare il futuro, suggeriscono gli organizzatori della Notte Bianca del Fuorisalone, richiede innanzitutto la consapevolezza di ciò che è già stato immaginato e, in molti casi, anche abbandonato. Si aprono così, in occasione della Milano Design Week 2026, le porte di quelle «stanze della memoria» poco conosciute, veri e propri archivi polverosi dove i maestri del design e dell’architettura del Novecento hanno conservato schizzi, modelli e correzioni. Luoghi, questi, dove le idee prendono forma tra tentativi e fallimenti, lontani dalla retorica del successo immediato; e dove ancora oggi si può osservare il processo, più che il risultato.
Non c’è solo la memoria, però, ad animare le giornate milanesi. Il calendario della Design Week 2026 ha preso il via all’alba, davanti al Duomo, con una «colazione evento» che porta la firma dell’artista Maurizio Cattelan insieme al magazine Living. Al suono di una sveglia militare – una scelta scenica che non è certo passata inosservata – i primi visitatori hanno potuto partecipare a un baratto di oggetti di design, accompagnato da musica dal vivo e caffè. Un avvio volutamente destabilizzante, che sembra voler mettere in secondo piano la frenesia consumistica per restituire centralità allo scambio e all’incontro. La macchina organizzativa, nel frattempo, è già in piena corsa: secondo le stime di Confcommercio, la città si appresta ad accogliere oltre 319mila visitatori, di cui ben il 62% provenienti dall’estero, con una spesa turistica che supera i 255 milioni di euro, registrando un incremento del 14,7% rispetto all’edizione del 2025.
La «città nella città» di Rho e l’appello di Maria Porro
Il Salone del Mobile.Milano aprirà ufficialmente i battenti a Fiera Milano Rho da martedì 21 a domenica 26 aprile. Eppure, come sempre accade, la città si attiva già nei giorni precedenti, con un Fuorisalone che ridisegna traiettorie e aperture: da via Durini e il centro, fino a Porta Venezia, passando per la Triennale e le aree intorno alla Stazione Centrale, senza dimenticare la doppia sede di Alcova fuori dal centro. A Rho, nel frattempo, sta sorgendo quella che viene definita una «città nella città»: cinquantottomila persone e 800 aziende di allestimento stanno lavorando ai padiglioni. Ma c’è un’altra partita, avverte Maria Porro, che si gioca tutto l’anno, lontano dai riflettori: un a corpo internazionale per mantenere la leadership del settore, tra dazi e nuove geografie del commercio. Tanto duro da far alzare, alla vigilia, un appello diretto a Milano: la città non pensi di poter «vivere di rendita». Un monito che suona quasi come un’ammissione: l’Intelligenza Artificiale, secondo Porro, rischia di «saccheggiare decenni di know-how in un clic», mettendo in discussione un patrimonio che non si può dare per scontato.
La corsa ai gadget e la geografia fluida del Fuorisalone
Mentre gli addetti ai lavori discutono di dazi e proprietà intellettuale, il grosso dei visitatori si getta nella corsa ai gadget e negli eventi diffusi. Il Fuorisalone di quest’anno, va detto, ha accentuato la sua natura policentrica: non ci sono più solo i tradizionali distretti, ma un intreccio sempre più fitto di quartieri, alcuni dei quali emersi solo nelle ultime edizioni. Da non perdere, secondo le prime segnalazioni, le installazioni che giocano con la memoria industriale e quelle che sperimentano nuovi materiali sostenibili. La Notte Bianca, in particolare, rappresenta il momento in cui gli archivi dei maestri resteranno aperti fino a tardi, offrendo una visione inedita del lavoro dietro le quinte: schizzi mai realizzati, prototipi scartati, lettere e fotografie che raccontano un’epoca in cui il design non era ancora un prodotto globale.
Numeri da record e la sfida silenziosa della leadership
I numeri, del resto, parlano chiaro: 1.850 eventi distribuiti in una settimana, una crescita a doppia cifra della spesa turistica e un’affluenza straniera che supera di gran lunga quella italiana. Ma dietro questi dati, che pure testimoniano il successo mediatico della manifestazione, si nasconde una fragilità strutturale che Porro ha voluto sottolineare senza mezzi termini. Milano non può limitarsi a incassare i dividendi di un passato glorioso, perché il rischio – concreto – è che altre piazze, magari meno cariche di storia ma più agili nell’innovazione, possano erodere quel primato. La Design Week 2026, insomma, non è solo una festa: è anche un banco di prova per la capacità del sistema italiano di difendere un know-how costruito in decenni, schizzo dopo schizzo, correzione dopo correzione.




