Willem Dafoe e la Biennale Teatro 2026: “Alter Native” e il ritorno alla percezione diretta

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’attore e direttore artistico, forte dell’esperienza maturata lo scorso anno con un programma incentrato sulla fisicità dell’interprete, rilancia per il 2026 con una scelta precisa: abbandonare il teatro commerciale e istituzionale occidentale per abbracciare artisti provenienti da contesti inesplorati. La mancanza di familiarità, spiega Dafoe, diventa così il motore per risvegliare il contatto essenziale tra chi sta sul palco e chi siede in platea. Il Titolo scelto per questa 54esima edizione, “Alter Native”, gioca deliberatamente sull’ambiguità etimologica: da un lato l’idea di un cambiamento (Alter) della propria natura (Native), dall’altro l’incontro con l’altro (Alter) come elemento costitutivo della cultura di provenienza. Non esiste un significato univoco, e forse è proprio in questa vaghezza evocativa che risiede la cifra di un festival che, dal 7 giugno all’Arsenale, promette di mettere in discussione le certezze del pubblico.

La presentazione dei programmi delle arti dal vivo, avvenuta ieri a Ca’ Giustinian, ha delineato un quadro organico che coinvolge anche la danza e la musica, ciascuna con una propria, distinta identità. Se Dafoe punta a smantellare le convenzioni narrative per ritrovare la radice rituale del teatro, Wayne McGregor, alla guida del 20esimo Festival di Danza Contemporanea (17 luglio – 1 agosto), intitola il suo percorso “Il tempo non esiste”. Una dichiarazione programmatica che, come ha sottolineato lo stesso coreografo britannico, si inserisce in una riflessione più ampia sul ruolo della Biennale: riunire voci diverse in un’epoca segnata da conflitti e divisioni, facendo dell’arte uno spazio aperto e condiviso. A suggellare questa idea, tra i protagonisti attesi ci sono il Bangarra Dance Theatre, Leone d’oro alla carriera per il suo contributo alla cultura aborigena australiana, e la sudafricana Mamela Nyamza, figura di spicco del panorama africano contemporaneo.

Parallelamente, la proposta della Biennale Musica, diretta da Caterina Barbieri per il 70esimo Festival (10-24 ottobre), si addentra in un’indagine sulle origini del suono. Con il titolo “A Child of Sound”, la compositrice bolognese – tra le voci più influenti della scena elettronica internazionale – costruisce un percorso che affonda nell’ascolto primordiale, nella musica intesa come “infanzia dello spirito”. Il programma, ricco di prime assolute, vedrà la presenza di artisti come il giapponese Keiji Haino (Leone d’oro) e la canadese Sarah Davachi (Leone d’argento), oltre a eventi speciali come la prima esecuzione di “Musica per una fine” di Ennio Morricone, lavoro inedito costruito attorno a una poesia di Pier Paolo Pasolini. A completare il quadro, una produzione transculturale commissionata dalla Biennale metterà in dialogo la vocalist americana Lyra Pramuk con il percussionista iraniano Mohammad Reza Mortazevi.

L’impressione che emerge dalla presentazione è quella di un’istituzione che, di fronte alla storia – quella raccontata pochi mesi fa dalla mostra “Le muse inquiete” al Padiglione Centrale – sceglie di guardare avanti, sezionando il presente con strumenti artistici che rifiutano la banalizzazione. I numeri sono imponenti: 158 appuntamenti per 470 artisti selezionati tra oltre 1.800 domande da 48 Paesi, a testimonianza di un fermento creativo che la Biennale canalizza attraverso il suo College, vero e proprio laboratorio per le nuove generazioni. Il dato forse più significativo, però, risiede nella scelta di campo operata dai tre direttori: Dafoe che cerca l’alterità lontano dai circuiti ufficiali, McGregor che dissolve la cronologia in una riflessione sull’identità, Barbieri che riduce il suono a esperienza primaria. Tre strade differenti, tutte orientate a restituire allo spettatore una percezione diretta, libera dalle mediazioni e dalle gerarchie tradizionali. Un ritorno alle radici, insomma, che non è mai stato così necessario in un’epoca in cui, per usare le parole dello stesso Dafoe, “la verità è messa in discussione”.

Il programma e i protagonisti tra danza e musica contemporanea

Se il teatro di Dafoe punta sull’immediatezza, la sezione danza diretta da Wayne McGregor si configura come un’indagine metafisica sulla temporalità. Il titolo “Il tempo non esiste” trova eco nelle collaborazioni annunciate, dove la fisicità dei danzatori si confronta con concetti astratti. La presenza del coreografo israeliano Emanuel Gat, della lappone Elle Sofe Sara (che porterà a Venezia 19 danzatori dell’Opera di Oslo) e del libanese Omar Rajeh dimostra l’intenzione di mappare le diverse latitudini della danza contemporanea, dalla scena nordica a quella mediorientale. Non manca il riconoscimento alle carriere più influenti: il Leone d’oro al Bangarra Dance Theatre, per la sua capacità di tradurre in movimento storie ancestrali, rappresenta un ponte ideale tra tradizione e innovazione, tra memoria collettiva e linguaggio scenico contemporaneo.

Sul fronte musicale, Caterina Barbieri amplia il discorso iniziato con l’edizione precedente, consolidando un’idea di festival che non si limita alla semplice esecuzione di partiture, ma diventa un vero e proprio spazio di ascolto esteso. Oltre ai nomi già citati, spiccano le prime assolute commissionate, tra cui quella che coinvolge Lyra Pramuk e Mohammad Reza Mortazevi, un incontro tra elettronica sperimentale e percussioni persiane destinato a esplorare le possibilità del dialogo transculturale. Inoltre, il programma include una riflessione sul rapporto tra suono e spazio, con installazioni e performance site-specific che occuperanno gli spazi monumentali dell’Arsenale. L’attenzione per il repertorio storico si manifesta attraverso omaggi e rivisitazioni, come nel caso di “Wind” del veneziano Gigi Masin, album del 1986 che celebra il quarantennale, e che dimostra come la Biennale sappia intrecciare ricerca contemporanea e valorizzazione delle memorie locali.

L’Archivio storico e il valore dell’identità nella programmazione

A fare da sfondo a questa triplice proposta è l’identità stessa della Biennale, un’istituzione che da 125 anni intreccia arte e società. Lo ricordava la mostra “Le muse inquiete” allestita al Padiglione Centrale, dove documenti, fotografie e lettere provenienti dall’Archivio storico restituivano l’immagine di un’istituzione specchio dei conflitti e delle evoluzioni politiche del Novecento. Oggi, la scelta di affidare la direzione delle arti dal vivo a personalità così marcatamente autoriali – un attore proveniente dall’avanguardia newyorchese come Dafoe, un coreografo della Royal Opera House come McGregor, una compositrice simbolo della scena elettronica indipendente come Barbieri – rappresenta una precisa strategia curatoriale. Si punta alla visione soggettiva, alla passione civile e alla competenza tecnica, lontano da logiche meramente celebrative.

Il valore dell’identità, così come il dialogo come forma di comprensione tra i popoli, sono state le coordinate ribadite durante la conferenza stampa, con un accento particolare sulla dimensione del tempo che coinvolge ognuno di noi. In questo senso, il lavoro di Dafoe di “riavvolgere il nastro” e riflettere sulle cifre del passato, operazione che lui stesso ha descritto addentrandosi negli archivi, trova una corrispondenza pratica nel modo in cui sono stati costruiti i cartelloni. Non si tratta di un’operazione nostalgica, ma di un tentativo di estrarre dalla storia le narrazioni che possano illuminare il presente. La presentazione di Ca’ Giustinian ha messo in luce questa cifra: un’edizione 2026 che non si limita a offrire spettacoli, ma che invita a ripensare il ruolo dell’arte come esperienza primaria, collettiva e profondamente umana, proprio nel momento in cui la tecnologia e la frammentazione rischiano di annullare la dimensione della presenza.

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