Meloni: «Mi fido di Nordio, escludo le sue dimissioni» sul caso Minetti

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   «Mi fido del ministro Carlo Nordio e, per quello che riguarda la conferma della grazia a Nicole Minetti, credo che la competenza non sia la mia». Con queste parole – pronunciate ieri in conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri – Giorgia Meloni ha provato a blindare il guardasigilli, investito da nuove polemiche dopo la concessione della grazia all’ex igienista dentale di Arcore, basata su presupposti poi rivelati falsi da inchieste giornalistiche. La presidente del Consiglio, interpellata direttamente dal nostro giornale, ha escluso senza mezzi termini un passo indietro del ministro: «Escludo le sue dimissioni», ha detto, aggiungendo di avere sentito Nordio al telefono subito dopo la diffusione della lettera del Quirinale.

La ricostruzione di Meloni: «Ho studiato l’iter, nessuna irregolarità»

«Ho chiesto a Nordio che cosa fosse accaduto – ha spiegato Meloni – e mi sono messa nelle ultime ore a ricostruire come funziona questo iter. Vi ho detto quello che emerge». La premier ha ammesso, con una certa frankness, di avere appreso dalla stampa la notizia della grazia a Minetti, e di essersi quindi attivata per comprendere prassi e procedure. «Delle migliaia di domande di grazia mandate alla Procura – ha dettagliato – tornano con parere favorevole decine. A quel punto il ministero della Giustizia tende a confermare il parere positivo che è pervenuto, e di solito lo conferma anche il Quirinale». Secondo Meloni, dunque, nessuna scorciatoia: «Questo provvedimento non ha seguito un inter diverso, è stato portato avanti nel rispetto della legge e della prassi».

Il pasticcio della grazia, un ingranaggio complesso tra Roma e Milano

Resta però aperta la questione sollevata dalle carte: chi ha sbagliato nel meccanismo che ha portato Sergio Mattarella – lo ricordiamo, capo dello Stato – a firmare la clemenza per Minetti? La procedura, lungi dall’essere lineare, coinvolge più soggetti. Il Quirinale ha chiesto lumi al ministero della Giustizia, che a sua volta ha scaricato la responsabilità sulla Procura generale di Milano. Quest’ultima, attraverso i propri magistrati, ha fatto sapere di aver semplicemente eseguito le direttive del governo. Un gioco di rimandi che ha trasformato la vicenda in un giallo istituzionale, alimentato dalle rivelazioni del Fatto sui presupposti – rivelatisi infondati – alla base della richiesta di grazia.

Migliaia di domande, poche concesse: il ruolo della prassi

Nel descrivere il funzionamento ordinario, Meloni ha voluto normalizzare quanto accaduto: la gran parte delle migliaia di istanze di grazia riceve parere negativo dalla Procura, e solo su un numero limitato – decine – arriva un via libera. A quel punto, il ministero tende a non discostarsi dal parere pervenuto, e la stessa linea segue di consueto il Colle. Nessuna anomalia, secondo la presidente, nella vicenda specifica: «Se chiede a me – ha ribadito – questo provvedimento non ha seguito in niente un inter diverso». Un’affermazione che, per quanto netta, non ha spento le polemiche politiche e giudiziarie, né ha chiarito definitivamente chi, tra uffici romani e milanesi, abbia omesso i controlli sui falsi presupposti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.