Moschea a Mestre e la “squadra” bengalese del Pd: la scommessa (e la sfida) delle urne di maggio
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Redazione Interno
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Il teatro Dante di Mestre è stato lo scenario, ieri mattina, della presentazione ufficiale di quella che il Partito democratico definisce la propria “squadra” di candidati di origine bengalese, un blocco numericamente significativo che il partita schiera in vista delle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio. Tra i nomi spiccano quelli di Kamrul Syed e Rhitu Miah per il consiglio comunale, mentre per le municipalità corrono Ali Afay, Sumiya Begum, Tanzima Akter Nisha e Ali Hossain. Dal palco, come riportano i presenti, è partito un messaggio privo di ambiguità: “La moschea si farà a Mestre e chi fa propaganda per il no, ignora che si tratta di un diritto”. Una dichiarazione, quest’ultima, che trasforma immediatamente la campagna elettorale in un referendum implicito sulla costruzione del nuovo luogo di culto islamico in terraferma, un dossier, va detto, che arde da anni tra aule di tribunale e ordinanze comunali.
Il progetto della moschea e lo scoglio urbanistico
Il progetto per la realizzazione di una grande moschea nell’area dell’ex segheria di via Giustizia si scontra, in realtà, con una complessa realtà normativa che non può essere aggirata nemmeno dalla buona volontà politica. L’area, attualmente a destinazione produttiva, necessita di una variante urbanistica verso la categoria F (servizi collettivi), una decisione che spetta all’amministrazione comunale. A differenza di quanto accaduto per altre confessioni, l’Islam non ha ancora siglato la cosiddetta “intesa” con lo Stato italiano – uno strumento che regola i rapporti tra lo Stato e le varie fedi – come sottolineato più volte dalla Lega in sede di campagna elettorale; lo stesso vicesindaco uscente Sergio Vallotto ha chiarito, in più occasioni, che la propria opposizione non è una “battaglia contro l’Islam” ma una richiesta di rispetto delle leggi, citando gli 11 centri islamici sprovvisti di titoli edilizi adeguati presenti sul territorio. La Corte Costituzionale, con la sentenza 99 del 2016, ha ribadito che, sebbene la libertà di culto sia garantita, i piani regolatori prevalgono per motivi di ordine pubblico e urbanistica.
Identità e voto: “Vogliamo che i nostri figli non si sentano stranieri”
A sostenere la candidatura dei rappresentanti della comunità bengalese, che conta circa 10mila residenti ufficiali e oltre 3mila aventi diritto al voto, è intervenuto anche Matteo D’Angelo del Circolo Piave-Altobello, spiegando che questa comunità intende essere “un pilastro per costruire un ponte verso il rilancio di Venezia”. Le motivazioni dei diretti interessati affondano le radici in un vissuto quotidiano fatto di doppia cultura e seconde generazioni. Kamrul Syed, presidente della Venice Bangla School, ha ricordato che l’impegno civile è dedicato a “coloro che sono nati qui”, sottolineando come il Pd sia stato un attore accogliente negli ultimi vent’anni: “Non siamo più ospiti – ha detto – ma abitanti; vogliamo che i nostri figli sentano che sono a casa e non stranieri”. Rhitu Miah, architetta e mediatrice culturale da 25 anni, ha aggiunto una riflessione sulla fluidità identitaria, dichiarando di oscillare spesso tra le due culture, senza però voler rinnegare mai le proprie origini, ma puntando a una mediazione concreta delle differenze per l’intero comune.
Le reazioni della Lega: manifesti e “patentino civico”
Non è tardata, d’altra parte, la controffensiva del Carroccio, che ha già tappezzato la città con 120 manifesti recanti lo slogan “No moschea. Vota Lega”. Una campagna, quella del centrodestra, che si muove su due binari paralleli: da un lato il rifiuto categorico di concedere varianti urbanistiche per la costruzione di una moschea “senza una previa intesa nazionale con la comunità islamica”, come chiesto a gran voce dall’europarlamentare leghista Anna Maria Cisint; dall’altro il sospetto che la candidatura di cittadini stranieri nasconda una mera “caccia al voto” assistenzialista. L’assessore uscente Sebastiano Costalonga ha sollevato, in particolare, il nodo dell’integrazione reale, sostenendo che una comunità in cui la componente femminile è largamente minoritaria (solo il 28,3% dei residenti) e dove spesso non si parla fluentemente l’italiano rischi di rimanere isolata: per questo, la Lega ha rilanciato la proposta di un “patentino civico linguistico” come prerequisito per accedere alla rappresentanza politica.




