A Venezia la campagna elettorale si tinge di bengalese tra il sogno di una moschea e lo scontro sulla laicità

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le elezioni comunali del 24 e 25 maggio, quelle che determineranno il successore di Luigi Brugnaro a Ca’ Farsetti, si stanno trasformando in un referendum implicito sul modello di integrazione cittadino. Con i suoi circa ventimila residenti di origine bengalese (di cui tremila già in possesso della cittadinanza italiana) -2-8, la comunità straniera rappresenta un bacino elettorale tanto consistente quanto conteso, capace di influenzare la bilancia di un voto che si preannuncia combattuto. Se da un lato il centrosinistra, guidato dal senatore Andrea Martella, ha deciso di scommettere su candidati provenienti da questa realtà – come testimoniano i nomi di Rhitu Miah o Sumiya Begum nelle liste del Partito Democratico –, dall’altro il centrodestra, con a capo l’assessore uscente Simone Venturini, ha fatto della difesa dell’identità e del “no” secco alla costruzione di una grande moschea a Mestre il suo cavallo di battaglia.

L’accusa mossa dalla Lega e da Fratelli d’Italia, del resto, è esplicita: il Partito Democratico avrebbe dato vita a una sorta di “lista etnica” finalizzata a raccattare voti, con il rischio di subordinare l’agenda politica locale alle istanze religiose di una parte specifica della cittadinanza. A scatenare la bufera, più che le candidature in sé (dopotutto a Venezia ci sono già diversi amministratori di origine straniera), sono state le modalità della propaganda elettorale. In particolare, la comparsa di volantini e post sui social scritti esclusivamente in bengalese (il “Bangla lipi”) – che di fatto escludono l’elettorato italiano dalla comprensione delle proposte – ha fatto infuriare l’opposizione, già pronta a stigmatizzare l’invocazione religiosa posta in calce a questi messaggi: “Nel nome di Allah, il misericordioso”.

La sfida della moschea e l’affondo sulle donne

Se la questione linguistica ha acceso il dibattito, è la richiesta, avanzata ormai da anni dalla comunità, di dotare Venezia di un centro di culto islamico di vaste dimensioni (qualcuno parla del più grande d’Italia) a rappresentare il vero pomo della discordia. Per il candidato sindaco del centrodestra, Simone Venturini, la posizione è granitica: a suo dire, in città esiste già un centro di preghiera, e non si vede la necessità di erigere “maxi moschee dall’aspetto arabeggiante”. La Lega, dal canto suo, ha già tappezzato gli autobus di linea con manifesti dal messaggio diretto: “No moschea, vota Lega”. Dall’altra parte della barricata, il senatore Martella predica un approccio più morbido, quello dell’integrazione contro le “paure”, un mantra ripetuto dal coordinatore Matteo Bellomo. C’è però un’evidente frizione interna al fronte progressista: esponenti del centrodestra, come la presidente del consiglio uscente Ermelinda Damiano, hanno chiesto conto alle candidate del Pd di come possano tacere su una visione del mondo che, citano testualmente, “non prevede l’indipendenza economica della donna, la libertà di vestirsi”. Un attacco, questo, che punta a mettere in difficoltà la sinistra sul fronte dei diritti civili.

Manwar e la “terza via” dei candidati civici

In mezzo a questo scontro ideologico, emerge la voce di chi non si riconosce in questa politicizzazione delle etnie. Clark Manwar, imprenditore alberghiero arrivato a Venezia a dodici anni e oggi candidato per la civica “Venezia è tua”, rappresenta un esempio tangibile di quel che accadeva sei anni fa, quando era considerato un pioniere. Nel 2020 fu il primo bengalese a candidarsi in Consiglio comunale, risultando il primo dei non eletti. Oggi, in un contesto molto più affollato, Manwar guarda alle recenti polemiche con un certo distacco: pur condividendo l’esigenza della comunità di avere un luogo di culto – che a suo avviso resta fondamentale in una città dove un residente su quattro è straniero -4 – l’imprenditore boccia l’uso esclusivo della lingua bengalese in politica. “Si deve far leva sulle idee, non sulle etnie”, afferma, sottolineando come i voti dei connazionali facciano comodo, ma non si debba perdere di vista che si è candidati per rappresentare l’intera città di Venezia. La sua, insomma, è una posizione che critica la strategia del Pd senza però sposare la chiusura della destra, restando ancorata a temi concreti come la necessità di mediatori culturali fissi nelle scuole di Mestre, dove la maggioranza degli studenti ormai proviene dal Bangladesh.

Il caso dei volantini e la trasparenza negli annunci

Oltre alla retorica politica, lo scontro ha assunto tonalità giudiziarie e amministrative. Fabio Raschillà, candidato di Fratelli d’Italia, ha sollevato pubblicamente dubbi sulla regolarità delle posizioni lavorative di alcune candidate della lista dem. Secondo le verifiche fatte dall’esponente di centrodestra, la partita Iva di Begum Sumiya, che si propone come organizzatrice di eventi, non risulterebbe attiva, mentre la società di consulenza di Rhitu Miah non avrebbe una ragione sociale verificabile. Richieste di trasparenza che il Pd ha liquidato come “calci alle paure”, ribadendo che la città è fatta da chi la abita e la tiene in piedi ogni giorno. Resta il fatto, come evidenziano i cronisti, che la comunicazione elettorale frammentata per lingua rischia di creare una pericolosa separatezza: se persino il candidato del centrodestra Venturini si appoggia a figure come Shourab Mehedi – che chiude i suoi comizi elettorali in bengalese con un “Inshallah” -6 – appare chiaro che la questione non riguarda solo il colore politico, ma la capacità stessa della politica di parlare a una società sempre più liquida e complessa.

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