Usa-Iran, la diplomazia non si ferma nonostante i raid. Proposta una tregua di 10 giorni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre la nona notte consecutiva di attacchi statunitensi si abbatteva sull'Iran, con il presidente Donald Trump a dichiarare di aver "colpito duramente in onore dei soldati caduti", da Teheran sono giunte segnali contrastanti ma significativi circa la possibilità di uno spiraglio diplomatico.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha confermato che i canali con i mediatori internazionali restano aperti e che l'apparato diplomatico della Repubblica Islamica è rimasto attivo negli ultimi giorni, nonostante l'escalation militare. Baghaei ha ricevuto messaggi e proposte dai mediatori, senza entrare nei dettagli, ma sottolineando che il dialogo prosegue, perché "i diplomatici combattono al fianco dei difensori della patria per un unico obiettivo".

L'informazione più rilevante che emerge da questi contatti è la proposta, avanzata da fonti vicine alla mediazione e riportata da Reuters, di una tregua di dieci giorni tra le parti, un cessate il fuoco temporaneo che possa creare lo spazio necessario per rilanciare un'intesa più ampia e ridare fiato a un confronto che rischia di trascinarsi nel lungo periodo.

La via della diplomazia e la proposta di tregua

L'idea di una pausa di dieci giorni rappresenta un tentativo concreto di arginare la spirale di violenza che ha trasformato il Golfo Persico in un polverone. L'obiettivo dichiarato dei mediatori sarebbe quello di ricreare le condizioni per un negoziato, dopo che il memorandum d'intesa raggiunto in precedenza tra Washington e Teheran ha mostrato tutta la sua fragilità.

La proposta giunge in un momento di massima tensione: gli Stati Uniti hanno giustificato l'ultima ondata di bombardamenti come rappresaglia per l'attacco iraniano in Giordania che ha causato la morte di militari americani, con Trump che ha parlato di due o tre vittime, mentre i Pasdaran iraniani hanno rivendicato il blocco navale e attacchi a obiettivi nemici in Giordania, Kuwait e Siria, allargando di fatto il raggio del conflitto.

La posizione di Teheran, come ribadita da Baghaei, sembra però escludere una contrapposizione netta tra "guerra e diplomazia", indicando che per l'Iran le due cose possono procedere parallelamente, una strategia che mira a mantenere viva la pressione militare senza chiudere del tutto la porta al dialogo.

La prospettiva di un conflitto lungo e il ruolo di Israele

In questo quadro di fuoco e trattative, l'analisi di Sima Shine, ex responsabile del dossier Iran per il Mossad e oggi ricercatrice presso l'Institute for National Security Studies (INSS), offre una chiave di lettura lucida e allarmante. Secondo Shine, il conflitto in corso rischia di trasformarsi in un confronto prolungato, dal quale non si vede una via d'uscita immediata, e il vero nodo della contesa non è più soltanto il programma nucleare iraniano, quanto il controllo dello Stretto di Hormuz, vitale per i flussi petroliferi mondiali.

La sua analisi, condivisa da altri esperti, sottolinea la resilienza del regime degli ayatollah, determinato a preservare la Repubblica Islamica a tutti i costi e disposto a utilizzare la leva dello Stretto come arma di pressione negoziale. In questo scenario, un elemento di sorpresa è il ruolo marginale ricoperto da Israele. Nonostante sia stato tradizionalmente il Paese più intransigente sulla questione nucleare iraniana, in questa fase sembra essere stato relegato ai margini del conflitto, quasi un osservatore esterno.

Per la prima volta, Benjamin Netanyahu non detterebbe le dinamiche della crisi: sia gli Stati Uniti che l'Iran sembrano preferire un confronto bilaterale, evitando che Israele possa allargare ulteriormente il fronte o complicare i già difficili contatti diplomatici.

Il nuovo assetto strategico e le prossime mosse

La guerra, dunque, si gioca su un tabellone complesso dove le pedine militari si muovono all'interno di una partita che resta profondamente diplomatica. Gli Stati Uniti colpiscono per indebolire la capacità iraniana di minacciare le rotte marittime e per onorare i propri caduti, ma al tempo stesso sembrano non voler spezzare del tutto le relazioni, come dimostra l'attenzione riservata alla mediazione per una tregua.

L'Iran, dal canto suo, subisce i bombardamenti ma alza il prezzo della sua resistenza al tavolo negoziale, consapevole che il controllo di Hormuz gli conferisce un potere negoziale enorme. L'idea di una tregua di dieci giorni, sebbene ancora da verificare nella sua concreta attuazione, rappresenta l'unico faro in un mare di incertezze. Il mancato coinvolgimento di Israele, inoltre, modifica profondamente gli equilibri tradizionali del Medio Oriente, isolando politicamente Netanyahu in vista delle elezioni e concentrando lo scontro tra le due potenze principali.

Resta da vedere se l'iniziativa di pace avrà il sopravvento, o se, come temono gli analisti, il conflitto sia destinato a continuare, consumando le risorse di entrambi gli schieramenti in una guerra di logoramento i cui esiti appaiono tutt'altro che scontati.

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