L’accordo Italia-Albania sui migranti sotto accusa: violazioni e dubbi di legittimità
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Redazione Interno
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ROMA – L’accordo bilaterale tra Italia e Albania per la gestione dei flussi migratori, fortemente voluto dal governo Meloni, è finito nel mirino della società civile e delle organizzazioni che si occupano di diritti umani. Secondo un rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), presentato dopo tre missioni di monitoraggio nei centri di Shenjin e Gjader, l’intesa violerebbe le norme internazionali in almeno tre punti, configurandosi come un meccanismo di “deportazione” che lede i diritti fondamentali delle persone.
Le strutture, costruite dall’Italia in territorio albanese, sono state definite illegittime e arbitrarie, poiché non rispettano i principi sanciti dalle convenzioni internazionali sull’asilo. Il TAI, che ha collaborato con il gruppo di contatto sull’immigrazione del Parlamento italiano, ha evidenziato come i migranti rischino di essere privati di tutele essenziali, tra cui l’accesso a procedure eque per la richiesta di protezione internazionale.
Intanto, la Corte di giustizia dell’Unione europea, chiamata a pronunciarsi sulla questione dei “Paesi sicuri”, ha avviato un’udienza a Lussemburgo. La sentenza, attesa per giugno, potrebbe avere ripercussioni significative sull’accordo, soprattutto dopo il ricorso presentato da due cittadini bengalesi ai quali era stato negato l’asilo. La definizione di “Paese sicuro” è infatti al centro del dibattito, poiché l’Albania, pur essendo considerata tale dall’Italia, non è riconosciuta come tale da tutti gli Stati membri dell’Ue.
Nel frattempo, il governo Meloni sembra intenzionato a riutilizzare i centri di Shenjin e Gjader, inizialmente pensati per accogliere i migranti intercettati in mare, per scopi non ancora chiariti. Questo ha alimentato ulteriori critiche, tra cui quelle di Laura Boldrini, ex presidente della Camera, che ha accusato l’esecutivo di pratiche ai limiti della legalità. Secondo Boldrini, l’accordo con Tirana equivarrebbe a un “sequestro” dei migranti in mare, privandoli della possibilità di raggiungere il territorio italiano e di accedere alle procedure di asilo previste dalla legge.
Le missioni di monitoraggio del TAI hanno inoltre messo in luce come i centri albanesi, definiti “cattedrali alla propaganda” dal rapporto, siano stati utilizzati più come strumento di deterrenza che come soluzione concreta per la gestione dei flussi migratori. Le criticità emerse riguardano non solo il rispetto dei diritti umani, ma anche la mancanza di trasparenza nelle procedure e l’assenza di garanzie per i richiedenti asilo.




