Concorso per il figlio dell'ex rettore, l'ateneo di Verona: «Non deve più accadere»
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Redazione Interno
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«Sono in difficoltà, come rettrice e come persona». Con un timbro di voce incerto, venerdì Chiara Leardini, rettrice dell’università di Verona, ha affrontato in Senato accademico il cosiddetto «caso Nocini», ossia il concorso da professore ordinario vinto – quale unico candidato – da Riccardo Nocini, figlio dell’ex rettore Pier Francesco. A soli 33 anni, e con un curriculum che annovera 242 pubblicazioni, Nocini è divenuto ordinario di otorinolaringoiatria presso il dipartimento di scienze chirurgiche odontostomatologiche e materno infantili, una progressione di carriera che, sebbene formalmente ineccepibile, ha sollevato un vespaio di polemiche e ha spinto la stessa guida dell’ateneo a esprimere pubblicamente un profondo disagio. La pratica di trasmettere non solo i beni materiali ma anche le posizioni professionali, fenomeno noto nel settore privato benché non sempre foriero di successo, quando si trapianta nel pubblico assume i contorni di un malcostume, alimentato da una visione distorta per cui ciò che è dello Stato finisce per essere considerato un possesso personale da tramandare.
Una procedura sotto esame
La rettrice Leardini, intervenendo a Palazzo Giuliari, ha ribadito come la procedura seguita per l’assegnazione della cattedra sia stata condotta in maniera corretta, rispettando i dettami normativi e regolamentari. Tuttavia, non ha nascosto un senso di amarezza, sottolineando la tensione che grava sull’intera comunità accademica e la necessità impellente di salvaguardare la reputazione dell’università, un bene che trascende le opinioni personali. «Sento la responsabilità di difendere la reputazione del nostro ateneo», ha dichiarato, riconoscendo al contempo che l’episodio ha ferito la percezione di equità e trasparenza, valori fondanti per un istituto di alta formazione. La vicenda, pertanto, pur non presentando vizi formali, ha messo in luce una discrepanza tra la legittimità giuridica e l’accettabilità etica di un percorso che, agli occhi di molti, appare troppo lineare e favorito.
Le misure per il futuro
Proprio per scongiurare il ripetersi di situazioni analoghe, la rettrice ha quindi annunciato un’iniziativa concreta, chiedendo espressamente alle direttrici e ai direttori di dipartimento di aderire a un percorso volto a rafforzare i criteri etici nel reclutamento del personale. L’obiettivo dichiarato è quello di implementare misure che, da ora in avanti, garantiscano non solo il rispetto della legge ma anche quello di principi di merito e imparzialità più stringenti, così da evitare che l’ombra del sospetto possa offuscare il lavoro di ricerca e didattica. Un passo che, seppur tardivo, segna la presa d’atto di un problema sistemico che va al di là del singolo caso, toccando il nervo scoperto di un meccanismo che, se lasciato a se stesso, rischia di minare la credibilità dell’intero sistema universitario.
Il peso della cronaca e l'eredità di malcostume
La questione, peraltro, non vive nel vuoto ma si inserisce in un solco di cronaca – anche nera – che periodicamente riporta alla luce dinamiche opache nelle assunzioni pubbliche, dove legami familiari o di patronage hanno talvolta prevalso sulle effettive competenze. Senza scendere in dettagli espliciti, numerose inchieste giudiziarie degli ultimi anni hanno dimostrato come certi ambienti, se non vigilati con rigore, possano degenerare in vere e proprie forme di occupazione indebita di ruoli, con conseguenze che investono la qualità del servizio offerto. È contro questo sfondo, fatto di casi giudiziari e di un sentimento diffuso di ingiustizia, che l’università di Verona tenta oggi di tracciare una linea, ammettendo le falle di un sistema e provando a porvi rimedio, affinché il merito individuale, e non l’appartenenza a una determinata famiglia, torni a essere l’unico criterio di valutazione.




