Riaprite le trattative per l'Ucraina, il trilaterale storico parte ad Abu Dhabi
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Redazione Esteri
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Con il consenso esplicito di Mosca, ottenuto nel corso di un lungo vertice al Cremlino, ha preso il via ad Abu Dhabi il primo negoziato trilaterale che riunisce, dopo anni di conflitto, delegazioni di Russia, Ucraina e Stati Uniti. L’incontro, la cui cornice è stata definita “molto utile” dalle autorità russe, segna un tentativo concreto, voluto dall’amministrazione Trump, di traghettare le parti verso un tavolo negoziale che affronti non solo le complesse questioni di sicurezza ma anche gli spinosi aspetti economici legati a una possibile conclusione delle ostilità. La decisione di procedere con questo formato, come ha confermato il consigliere presidenziale Jurij Ushakov, è maturata in seguito al colloquio serrato tra il presidente Vladimir Putin e una delegazione statunitense, durato oltre tre ore, nella notte di giovedì.
L’intreccio diplomatico e il peso di un’offerta controversa
Lo scenario che fa da sfondo a queste mosse diplomatiche, del resto, appare incandescente e carico di implicazioni, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si trova a fronteggiare quello che molti osservatori definiscono il dilemma più drammatico dall’inizio dell’invasione. Da una parte, infatti, grava la pesante offerta mediatica avanzata da Donald Trump, la quale – stando a indiscrezioni di diverse fonti – prospetterbbe uno scambio tra concessioni territoriali nel Donbas e garanzie di sicurezza e sostegno finanziario per Kiev. Una proposta che, se da un lato promette di interrompere un conflitto il cui costo umano è divenuto insopportabile, dall’altro solleva timori profondi sulla sua solidità e sul rischio di svuotare di significato la resistenza ucraina.
La trafila degli incontri e le tensioni con l’Europa
Che la situazione si stia muovendo verso una fase critica lo dimostra, al di là delle parole, il fittissimo calendario di appuntamenti di questi giorni. Subito dopo l’incontro a Davos tra Zelensky e il presidente statunitense, definito dallo stesso Trump come uno dei “numerosi buoni incontri” avuti con il leader ucraino, il focus si è spostato negli Emirati Arabi Uniti per il trilaterale. Nel frattempo, non sono mancate le tensioni verbali, con un duro attacco rivolto da Kiev ai partner europei, accusati di essersi mostrati “divisi e persi” di fronte alla ritrovata assertività della politica estera americana sotto la guida di Trump, il quale ha più volte affermato di poter risolvere conflitti di lunga durata in pochi giorni.
Il nodo irrisolto tra un accordo sulla carta e la pace reale
Resta, al centro della vicenda, la sensazione paradossale che mentre le strutture di un possibile accordo di pace sembrano prendere forma nei palazzi delle capitali, la pace stessa sul campo rimanga un traguardo lontano e incerto. L’esitazione di Zelensky prima di confermare la sua presenza al Forum economico mondiale, quasi a sottolineare il conflitto interiore che lo attraversa, riflette la gravità di una scelta che potrebbe determinare il futuro della nazione. Si tratta di valutare se accettare una road map sostenuta da Washington, che pure arriva in un momento di estrema stanchezza bellica, o resistere nella difesa dell’integrità territoriale, nonostante le condizioni disumane patite da milioni di persone e le perdite militari di cui ancora non si conosce l’esatto numero.




