Montero: "Stavo per andare all'Inter, Lippi me lo impedì. Mentalità Juve? Merito di Moggi e..."
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Redazione Sport
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Paolo Montero, ex difensore della Juventus con quasi trecento presenze in bianconero, ha ripercorso in una lunga intervista a Flashscore i momenti decisivi della sua carriera, dal tormentato arrivo in Italia fino all'approdo a Torino, svelando un retroscena di mercato che ancora oggi fa discutere i tifosi di entrambe le sponde del Po.
L'accordo sfumato con l'Inter e la telefonata di Lippi
Il racconto dell'uruguaiano parte da lontano, da quando l'Atalanta decise di acquistarlo senza averlo mai visto giocare dal vivo, basandosi esclusivamente su cinque o sei relazioni degli osservatori durante una tournée in Sudamerica e Spagna. Arrivato a Bergamo nell'aprile del 1990, Montero rimase fermo per sei mesi: l'obiettivo era fargli imparare la lingua e aiutarlo ad adattarsi alla città e alla squadra. Un periodo di rodaggio che si rivelò prezioso, complice la somiglianza tra i ritmi di Montevideo e quelli di Bergamo o Torino, ben diversa dal caos di metropoli come Roma o Milano.
Il passaggio alla Juventus, tuttavia, rischiò di non verificarsi mai. «Inizialmente ebbi un paio di incontri con Giacinto Facchetti e Sandro Mazzola per trasferirmi all'Inter, ma al primo incontro non raggiungemmo un accordo», ha raccontato Montero. «Due giorni dopo mi richiamarono; non avendo un procuratore all'epoca, andai da solo a Milano e raggiungemmo un accordo verbale». Sembrava fatta, ma il destino aveva altri piani. «Qualche tempo dopo ero a Bergamo con la mia famiglia e ricevetti una telefonata da Marcello Lippi. Lui mi ordinò di non firmare nulla con l'Inter e di raggiungerlo immediatamente a Torino. Partii quella stessa sera con mio fratello e a mezzanotte firmai il contratto con la Juventus e Luciano Moggi».
La mentalità vincente e lo "zoccolo duro" dello spogliatoio
Una volta approdato in bianconero, Montero si trovò immerso in un ambiente dove la cultura della vittoria non era un'opzione, ma una condizione imprescindibile. Alla domanda su chi trasmettesse quella fame, il difensore non ha dubbi: «Senza dubbio dirigenti come Moggi e Giraudo, ma a trasmetterla quotidianamente era soprattutto lo zoccolo duro italiano dello spogliatoio: campioni come Peruzzi, Ferrara, Conte, Pessotto, Di Livio, Tacchinardi, Torricelli e Lombardo. Trasmettevano il senso della famiglia».
Un episodio emblematico, raccontato dallo stesso Montero, restituisce la misura di quella esigenza di perfezione: durante una partitella di allenamento, una squadra stava vincendo 5-0 e subì un gol all'ultimo minuto; alcuni compagni presero a calci le borse per la frustrazione. «Sottolineavano che certi cali di concentrazione non dovessero verificarsi, perché si sarebbero ripercossi sulla partita della domenica. La concentrazione si costruisce a partire dal lunedì: per un vero campione non deve esserci alcuna differenza tra giocare una finale al Bernabeu o una partita su un piccolo campo di provincia in Coppa Italia».
Yildiz e Huijsen: il talento non basta, serve la fame
Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo e aver vissuto un breve ritorno in panchina sulla panchina della prima squadra per due partite, Montero ha continuato a osservare il calcio da una prospettiva privilegiata, occupandosi dei giovani nel settore giovanile bianconero. Proprio in quel contesto ha potuto valutare da vicino Kenan Yildiz e Dean Huijsen, due talenti che, secondo l'uruguaiano, hanno tutte le carte in regola per affermarsi ai massimi livelli.
«Normalmente ne osservo la postura in campo. Come si muove con e senza palla. Faccio sempre l'esempio di Yildiz e Huijsen. Bastava guardarli entrare nel campo di allenamento il lunedì per capire che sarebbero diventati due fuoriclasse assoluti», ha spiegato Montero. «Avevano la giusta mentalità. Non li ho mai visti andare ai due all'ora in allenamento. Ci mettevano tutta la foga possibile. Il talento è un dono della natura ma, credetemi, non basta. È il lavoro la discriminante che trasforma giocatori promettenti in profili top. E loro due lavoravano come degli animali».
A completare il quadro, una curiosità che dice molto sulla loro indole: «Mi facevano decine di domande e ascoltavano sempre con attenzione ciò che avevo da dirgli. Erano umilissimi. Capitava più volte che dovessi portarli via a forza dai campi di Vinovo perché si fermavano a provare i piazzati o a sfidarsi in giochini tutti loro».
La Juve più forte e l'aggressività come stile di vita
Ripercorrendo la sua esperienza torinese, Montero ha indicato quale sia stata la formazione più temibile in cui abbia mai giocato: non la prima che trovò al suo arrivo, già fortissima, ma quella degli anni successivi, arricchita da Edgar Davids e da campioni del calibro di Zidane, Del Piero, Inzaghi, Vieri e Deschamps. «Senza dubbio la più forte in cui mi sia mai trovato a giocare», ha dichiarato.
Quanto al suo modo di interpretare il ruolo, l'ex difensore ha citato una frase di Julio Velasco che ha fatto propria: «L'aggressività elimina i dubbi». Essendo un difensore fisicamente nella media, magro e alto un metro e settantanove, l'unico modo per contrastare attaccanti di novanta chili del calibro di Van Basten, Weah, Batistuta o Ronaldo era essere estremamente aggressivo. «Per me, ogni contrasto rappresentava il piatto di cibo da portare a casa per la mia famiglia. Andavo su ogni pallone dando tutto me stesso», ha concluso.
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