Sudan, un Paese in frantumi: dopo tre anni di guerra una persona su quattro è stata sfollata

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono passati tre anni da quando, il 15 aprile 2023, il Sudan è sprofondato in una guerra civile che, senza soluzione di continuità, ha prodotto quella che le agenzie umanitarie definiscono – con termini ormai tristemente consueti – la più grave crisi di sfollati al mondo. I numeri, del resto, parlano da soli: una persona su quattro, all’interno dei confini nazionali, ha dovuto abbandonare la propria casa. Un esodo massiccio che non accenna a placarsi, se è vero che i combattimenti si spengono in alcune aree per poi divampare altrove, generando continui e disperati spostamenti di famiglie intere in cerca di un rifugio che spesso si rivela provvisorio.

Un popolo in fuga e una crisi senza precedenti

Quindici milioni di sudanesi, stando alle stime più accreditate, sono stati costretti a lasciare le proprie abitazioni da quel fatidico aprile. Di questi, oltre undici milioni sono sfollati interni – ammassati in campi improvvisati o presso parenti già in condizioni di estrema indigenza – mentre quattro milioni hanno varcato i confini per cercare salvezza nei Paesi vicini, dal Ciad al Sud Sudan, dall’Etiopia all’Egitto. Una pressione demografica che rischia di destabilizzare ulteriormente un intero Corno d’Africa. Eppure, nonostante la portata catastrofica del fenomeno, l’attenzione internazionale resta intermittente, distolta da altri fronti caldi.

Droni e battaglie fratricide: il Kordofan nuovo epicentro

Gli attacchi con droni, ormai quotidiani, martellano in particolare la regione del Kordofan, diventata il principale campo di battaglia tra l’esercito regolare di Khartoum e le Forze di supporto rapido (Rsf). Una guerra «fratricida», l’ha definita domenica scorsa papa Leone XIV durante il Regina Cæli, scegliendo un aggettivo che evoca la natura sanguinosa e irrisolta di un conflitto dove non si intravedono né vincitori né vinti, solo vittime. Il pontefice, il cui pensiero è andato al popolo sudanese – da lui stesso definito «vittima innocente di un dramma disumano» – ha lanciato un appello perché tacciano le armi e le parti belligeranti «inizino, senza precondizioni, un sincero dialogo» per porre fine quanto prima allo scontro. Un richiamo alla ragione che, per ora, è caduto nel vuoto.

Bambini mutilati e violazioni sistematiche: i numeri agghiaccianti dell’Onu

Le Nazioni Unite hanno accertato, dall’inizio delle ostilità, oltre 5.700 gravi violazioni ai danni dei minori in tutto il Sudan. Tra questi, più di 4.300 bambini sono stati uccisi o mutilati, con gli Stati del Darfur e del Kordofan che registrano, ancora una volta, i picchi più elevati. Dati sconcertanti, ma che – come ammettono gli stessi osservatori – non riflettono la portata reale dei danni subiti dai più piccoli, perché molte atrocità restano inaccessibili alle verifiche sul campo. La guerra, insomma, divora il futuro di un’intera generazione.

Povertà alle stelle e carestia conclamata: la conferenza di Berlino

L’impatto economico è altrettanto devastante: prima del conflitto la povertà interessava il 21% della popolazione, oggi è salita al 71%, con 23 milioni di persone sotto la soglia minima. Quasi la metà dei sudanesi vive in condizioni di grave insicurezza alimentare, e in alcune zone la carestia è già una realtà accertata. Il Programma alimentare mondiale (Pam) parla senza mezzi termini della «più grave emergenza umanitaria al mondo». Oggi, proprio nel terzo anniversario dello scoppio della guerra, si tiene a Berlino una conferenza umanitaria alla quale partecipa anche il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani. Un appuntamento che riunisce donatori e agenzie, ma che dovrà fare i conti con la cronica insufficienza dei fondi finora stanziati.

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