Il deputato russo Chepa: «La guerra in Ucraina può finire, ma il Donbass è vitale. L’Italia si schieri a favore di Anchorage»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   «Una possibilità c’è sempre». Aleksei Chepa, settant’anni, ex oligarca finito sotto le sanzioni occidentali, oggi primo vicepresidente della Commissione Esteri della Duma, non usa giri di parole nel commentare le prospettive di un accordo per porre fine al conflitto in Ucraina. Veterano del partito Russia Giusta, spesso descritto come un falco moderato – ammesso che una definizione del genere possa esistere nello scacchiere politico moscovita – Chepa è tra i più stretti collaboratori del presidente Vladimir Putin, la cui immagine domina la libreria e le pareti del suo ufficio.

Il suo ruolo istituzionale è preciso: spiegare ai colleghi deputati cosa sta realmente accadendo sul campo e nei corridoi del Cremlino, fungendo da cerniera tra l’esecutivo e il parlamento. Ed è proprio da quella posizione privilegiata che ha lanciato un messaggio articolato, destinato sia all’opinione pubblica interna sia agli interlocutori internazionali, in un momento in cui i riflettori sono puntati sull’arrivo a Mosca degli inviati speciali statunitensi.

La linea rossa del Donbass e lo stallo sul campo

Le dichiarazioni di Chepa arrivano a poche ore dalla partenza per la capitale russa di Steve Witkoff e Jared Kushner, figure chiave dell'amministrazione Trump per la gestione del dossier ucraino. Il deputato ha ribadito con forza un concetto che ormai è diventato il perno della retorica ufficiale di Mosca: la questione territoriale, e in particolare il destino del Donbass, rappresenta un nodo assolutamente vitale per la Federazione Russa.

«Ho la sensazione che il conflitto possa finire», ha dichiarato, aggiungendo però un avvertimento chiaro: qualsiasi soluzione non potrà prescindere dal riconoscimento della situazione sul terreno. Un concetto, quest'ultimo, che il viceministro degli Esteri Sergei Ryabkov aveva già sintetizzato in termini lapidari nei giorni precedenti, sottolineando che le condizioni attuali delle operazioni militari «non sono a favore di Kiev».

L'avanzata russa, sebbene appaia in una fase di stallo operativo dopo le difficoltà incontrate nelle fasi iniziali della controffensiva ucraina, ha comunque modificato in modo strutturale gli equilibri territoriali.

Da Mosca si continua a insistere sul fatto che le conquiste ottenute nelle regioni di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson siano ormai acquisite, e che qualsiasi negoziato debba partire da questa premessa. Dall'altro lato, Kiev ha tentato in queste settimane di mostrare al presidente degli Stati Uniti che l'idea di un Paese ormai sconfitto e pronto ad arrendersi era quantomeno prematura.

Chepa, nel suo intervento, ha però voluto sottolineare che il ritmo delle operazioni è cambiato e che la guerra, dopo oltre tre anni di combattimenti, sta entrando in una logica diversa, forse più incline a una trattativa che a una vittoria definitiva sul campo. La sensazione di una possibile svolta, secondo il deputato, non è infondata, ma si scontra con la rigidità delle posizioni su ciò che la Russia considera il proprio territorio storico.

I contatti fermi e la nuova fase dei negoziati

Dal febbraio 2022, Mosca e Kiev hanno mantenuto canali di comunicazione aperti, seppur in modo intermittente e senza mai riuscire a trasformare gli incontri in un vero percorso verso la pace. Ci sono stati brevi cessate il fuoco per motivi umanitari, scambi di prigionieri che hanno portato a casa centinaia di soldati, e tentativi di mediazione portati avanti da diversi attori internazionali, tra cui la Turchia e alcuni Paesi del Golfo. Nessuno di questi passaggi, tuttavia, ha prodotto risultati decisivi in grado di fermare le ostilità.

Il quadro è cambiato sul piano formale all'inizio del 2025, quando l'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca ha riaperto gli scenari diplomatici a un livello molto alto. Trump, che aveva promesso in campagna elettorale di chiudere la guerra in tempi rapidissimi, ha spinto per un rilancio immediato dei contatti tra le parti, inviando i propri emissari per tastare il polso al Cremlino e al palazzo presidenziale di Kiev.

La visita di Witkoff e Kushner, per la quale Chepa ha espresso un cauto ottimismo, rappresenta l'atto più concreto di questa nuova fase. Il deputato ha però voluto precisare che l'Italia, in questo contesto, avrebbe un ruolo specifico da giocare. «L'Italia si schieri a favore di Anchorage», ha affermato, con un riferimento che appare legato a possibili scenari di mediazione o a sedi internazionali in cui le decisioni vengono prese.

Un inciso che lascia intendere come Roma, per Mosca, possa e debba esercitare un'influenza maggiore all'interno del fronte occidentale, magari spingendo per un allentamento delle sanzioni o per una ridefinizione delle garanzie di sicurezza da offrire a entrambe le parti. La frase, seppur criptica, è stata pronunciata in un contesto in cui si discuteva delle prossime mosse diplomatiche, e sembra allinearsi con la strategia russa di cercare di creare spaccature nel consenso europeo verso l'Ucraina.

Putin in campagna elettorale e la lettura occidentale

Un aspetto che spesso sfugge all'analisi occidentale, e su cui Chepa ha attirato l'attenzione, è il contesto politico interno russo. Vladimir Putin si trova, di fatto, in una fase che molti osservatori definiscono di pre-campagna elettorale, sebbene le elezioni presidenziali non siano immediatamente all'orizzonte. La gestione del conflitto, e la narrazione di una vittoria o di un accordo vantaggioso, diventa quindi un elemento cruciale per il consenso interno.

In questo senso, le parole del primo vicepresidente della Commissione Esteri vanno lette come un tentativo di preparare il terreno politico per le eventuali concessioni che il Cremlino potrebbe essere costretto a fare.

«Quello che da noi, in Occidente, si apprende delle cose dette da Vladimir Putin rischia di essere spesso fuorviante», ha osservato il deputato, spiegando che i take di agenzia decontestualizzano spesso le affermazioni, trascurando dettagli molto importanti come lo spunto che porta alle dichiarazioni, le domande a cui si risponde o persino le espressioni e i movimenti del corpo che dicono molto più delle parole stesse.

Una critica, questa, che mira a sottolineare come la comunicazione del presidente russo sia studiata nei minimi particolari per un pubblico nazionale e internazionale, e che una lettura superficiale rischi di generare fraintendimenti. La sensazione di Chepa, che la guerra possa finire, è dunque legata a doppio filo alla capacità di tutti gli attori in campo di interpretare correttamente i segnali.

Il nodo del Donbass, però, rimane il vero scoglio: per Mosca non si tratta di una semplice rivendicazione territoriale, ma di una questione esistenziale legata alla sicurezza del Paese e al destino delle popolazioni russofone. L'arrivo degli inviati americani, in questo quadro, rappresenta l'ultima occasione per testare la reale disponibilità di Trump a negoziare con Putin su un piano che vada oltre la retorica e che affronti le questioni strutturali di quella che Mosca definisce la sua "zona di interesse vitale".

Le prossime settimane saranno decisive per capire se i messaggi lanciati da Chepa, e più in generale dal vertice del Cremlino, troveranno un riscontro concreto nelle proposte che arriveranno da Washington. La guerra, ormai, è entrata in una fase in cui le armi parlano meno della diplomazia, ma la diplomazia, per funzionare, deve fare i conti con le linee rosse tracciate sul terreno. E su quelle linee, il Donbass resta il punto di non ritorno.

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