Sequestrate 180 tonnellate di carne, l'inchiesta di Report sul macello Bervini
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Redazione Interno
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L'Autorità sanitaria della Valpadana ha disposto il sequestro di 180 tonnellate di carne e di una porzione dello stabilimento di Pietole, nel Mantovano, dopo le rivelazioni della trasmissione Report, che ha sollevato il dubbio di una vendita come fresca di prodotti ormai scaduti. L'impianto, di proprietà del colosso Bervini Primo srl, realtà con sede nel Reggiano e un fatturato annuo di 200 milioni di euro, era al centro di una precedente inchiesta, alla quale l'azienda aveva replicato sostenendo che le carni fossero lavorate in modo conforme e destinate esclusivamente alla produzione di alimenti per animali da compagnia. Una tesi che, alla luce dei nuovi sviluppi investigativi, appare oggi meno solida.
La destinazione segreta della merce
Le immagini mandate in onda dal programma mostrano, senza lasciare molto spazio all'interpretazione, come la carne di provenienza estera, giunta a scadenza, venisse sottoposta a processi di ricongelamento e quindi etichettata con nuove date di scadenza, spostate in avanti di anni, per essere poi commercializzata come prodotto italiano. Secondo la ricostruzione dei giornalisti, supportata dalle dichiarazioni di un operaio, i tagli migliori, quelli di maggiore pregio, avrebbero trovato una collocazione in ristoranti di Milano e nella grande distribuzione, mentre la parte qualitativamente inferiore, costituita da carni più piccole e frammentate, sarebbe stata avviata alla sala cottura di un altro impianto. Un sistema che, se confermato, delineerebbe una frode alimentare di vaste proporzioni, organizzata con metodo.
L'ombra degli affari illeciti
L'inchiesta, andata in onda il 30 novembre, non si è limitata a documentare le presunte irregolarità nel ciclo produttivo, ma ha avanzato l'ipotesi di un coinvolgimento di soggetti criminali nel riciclaggio di denaro. Secondo Report, dietro il flusso di questa carne "rigenerata" si profilerebbe l'ombra di clan pugliesi, indicando una possibile commistione tra frode sanitaria e attività di stampo mafioso, un aspetto che amplia notevolmente i contorni giudiziari della vicenda. L'azienda Bervini, per il momento, non ha rilasciato ulteriori dichiarazioni dopo il "no comment" fornito in risposta alle ultime accuse.
Un contesto di allerta diffusa
La vicenda del macello mantovano si inserisce in un quadro nazionale di crescente attenzione verso la sicurezza alimentare e la trasparenza delle filiere, dove episodi di cronaca nera legati alle frodi nel settore agroalimentare hanno periodicamente scosso l'opinione pubblica. Se da un lato le forze dell'ordine e le autorità sanitarie intensificano i controlli, dall'altro le inchieste giornalistiche continuano a svolgere un ruolo fondamentale nel portare alla luce meccanismi opachi, come quelli denunciati in questo caso, che vedono prodotti potenzialmente pericolosi riconfezionati e reintrodotti nel mercato, eludendo le norme a tutela della salute.




