Morto il giurista “liberale” che detestava il mercato
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Redazione Interno
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Se n’è andato ieri, a Roma, all’età di novant’anni, colui che forse è stato l’ultimo degli umanisti del diritto privato: Natalino Irti, abruzzese di Avezzano, classe 1936, figura cruciale per la cultura giuridica italiana (e non solo) della seconda metà del Novecento. Formatosi alla scuola di Emilio Betti, quel gigante del pensiero civilistico, Irti conquistò la cattedra di ordinario giovanissimo, nel lontano 1968 – aveva appena trentadue anni – segnalandosi subito come una mente acuta e anticonformista.
La sua, tuttavia, non fu mai una carriera chiusa tra le mura dell’aula universitaria o la polvere dei codici; anzi, egli ha rappresentato un caso quasi unico di intellettuale capace di dettare linee guida alla finanza pubblica e, al contempo, di denunciare il vuoto di senso che lui stesso, con lucida disperazione, percepiva nella modernità.
La riflessione sul nichilismo e il rifiuto del capitalismo
Per comprendere l’anticonformismo di Irti, occorre partire dalla sua teoria più celebre e controversa, quella del “nichilismo giuridico” (esposta nell’omonimo saggio del 2004). La sua diagnosi, in apparenza fredda e tecnica, era radicale: viviamo in un’epoca in cui la legge non cerca più legittimazione in un ordine superiore – che fosse la natura, la religione o la ragione universale – bensì nella mera correttezza delle procedure che l’hanno generata.
La norma, spiegava Irti, non vale perché è giusta o vera, ma semplicemente perché è stata “posta” secondo le regole, in quella che lui amava definire la “solitaria nudità della decisione umana”. Ecco il nodo dolente: da questo abisso di arbitrarietà, dove tutto è lecito perché nulla è vero, egli traeva una conseguenza feroce anche per l’economia, sostenendo che il mercato, lungi dall’essere un ordine naturale, è semplicemente un “locus artificialis”.
In piena epoca di trionfo del liberismo e delle privatizzazioni, Irti alzava la voce per ribadire che il capitalismo non è mai spontaneo: è un prodotto artificioso del diritto positivo, e come tale completamente dipendente dalla volontà – capricciosa e onnipotente – dello Stato.
Protagonista delle privatizzazioni e uomo dell’industria pubblica
Se il profilo intellettuale lo dipingeva come un critico severo del mercato, la sua biografia professionale sembrava muoversi in una direzione opposta, alimentando una contraddizione solo apparente. Negli anni ruggenti della globalizzazione e del crollo dei muri, Irti non si limitò a insegnare: agì.
Così, con il pragmatismo del “risolutore di problemi” (come fu definito dai colleghi), si trovò al centro della grande avventura delle privatizzazioni italiane; fu lui, ad esempio, a seguire la cessione delle quote pubbliche di colossi bancari come il Comit e il Credito Italiano, istituto del quale arrivò a ricoprire la presidenza.
Ricoprì ruoli di vertice in quelle che allora si chiamavano “partecipazioni statali”, come la vicepresidenza dell’Enel o la poltrona nel consiglio di amministrazione dell’Iri, dimostrando, se ce ne fosse stato bisogno, che la sua avversione per il “laissez-faire” non nasceva da un’estraneità al mondo degli affari, ma semmai da una conoscenza profonda dei suoi ingranaggi.
In fondo, guidare la transizione delle grandi imprese pubbliche verso il mercato era, per lui, il modo più concreto per dimostrare la sua tesi di fondo: che non esiste un capitalismo senza lo Stato, e che anzi è lo Stato a creare le condizioni giuridiche (e quindi artificiali) del profitto.
Un umanesimo tecnico lontano dalle ideologie correnti
Eppure, non bisognerebbe liquidare Irti come un semplice “tecnico” al servizio del potere. La sua cifra stilistica era un umanesimo raro, una capacità di intrecciare la norma giuridica con la filosofia, la storia e la politica senza mai cadere nel pressapochismo. A differenza di tanti suoi colleghi, che si rifugiavano nella sterile difesa della tecnica, Irti amava frequentare i classici e dialogare con i filosofi (celebre la sua amicizia-sfida con Emanuele Severino) per cercare di dare un “salvagente di forma” a un diritto ridotto a mera procedura.
Lo testimonia la sua lunga militanza intellettuale su riviste e nelle vesti di accademico dei Lincei, fino alla direzione di collane editoriali di successo.
In un’epoca, quella attuale (non dimentichiamo che Donald Trump siede da oltre un anno alla Casa Bianca, simbolo di una politica ormai svuotata di ogni ideologia classica), dove la politica sembra arresa alla tecnocrazia e l’economia alla finanza senza volto, il magistero di Irti – critico verso il “capitalismo liberale” ma troppo intelligente per essere un semplicistico statalista – resta una lezione di metodo: quella di chi non ha mai smesso di chiedersi, con inquietudine, chi comanda davvero e a quale prezzo.




