Napoli piange Francesco Paolo Casavola, il giurista che difese la laicità dello Stato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Con la scomparsa di Francesco Paolo Casavola, spentosi a novantacinque anni nella sua Napoli d'adozione, il Paese perde non soltanto un accademico di rango, bensì una delle figure più limpide e influenti del diritto italiano del Novecento, il cui pensiero – caratterizzato da un profondo rigore metodologico e da una concezione altissima delle istituzioni – ha segnato intere generazioni di studiosi e di giuristi. Originario di Taranto, dove era nato nel 1931, Casavola trovò nel vivace e fertile humus della scuola napoletana, e in particolare in quella romanistica – da sempre considerata tra le più autorevoli in Europa – l'ambiente ideale per forgiare la sua eccezionale preparazione, dimostrando fin dagli esordi, come del resto molti suoi maestri, che l'impegno civile e la passione per la ricerca storica possono, anzi devono, procedere di pari passo.

La scuola napoletana e l'impronta di un maestro

È infatti nella Facoltà di Giurisprudenza della Federico II che il professore, divenuto ordinario di Istituzioni di diritto romano e poi preside dello stesso ateneo nella prima metà degli anni Ottanta, ha dispensato il suo sapere, trasmettendo ai giovani allievi non solo il metodo dello storico del diritto, ma anche il senso di una disciplina concepita come fondamento di civiltà. Un insegnamento che, andando ben oltre la dimensione strettamente accademica, si nutriva di quella laicità intesa non come opposizione alle fedi, bensì come garanzia di uno spazio pubblico razionale e di un dialogo rispettoso tra tutte le componenti sociali, principio che diverrà il faro della sua successiva attività istituzionale.

Dalla Corte costituzionale al dibattito bioetico

La sua statura, ormai riconosciuta a livello nazionale, lo condusse infatti nel 1986 a essere nominato giudice della Corte costituzionale, un ruolo che rivestì con quella stessa dedizione e imparzialità che ne avevano contraddistinto la carriera universitaria, fino a ricoprire la presidenza della Consulta in un periodo storico particolarmente delicato, segnato dalla crisi del sistema politico della Prima Repubblica. Fu proprio in quelle vesti che Casavola, divenuto poi presidente emerito, difese con fermezza l'autonomia e il prestigio dell'organo di garanzia, considerandolo baluardo insostituibile dei principi fondamentali sanciti dalla Carta. Altrettanto significativi furono gli incarichi successivi, che ne confermarono l'eccezionale versatilità e l'indiscussa autorità morale: dalla presidenza del Garante per l'editoria a quella dell'Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, che guidò nella complessa transizione verso l'era digitale, fino alla guida del Comitato nazionale per la bioetica, dove il suo approccio, sempre ancorato al primato della persona umana e alla necessità di un confronto scientifico e filosofico serrato, fornì linee di indirizzo preziose su temi eticamente sensibili.

Un'eredità di rigore e di impegno civile

La lunga e multiforme attività di Casavola, il cui lascito intellettuale resta oggi più che mai attuale, rappresenta così un esempio raro di coerenza, dove l'approfondimento scientifico più specialistico – quello dello storico del diritto romano – non rimase confinato nelle aule universitarie, ma si tradusse in un'azione concreta per la tutela e l'evoluzione delle istituzioni repubblicane. Il suo costante richiamo alla laicità come metodo di governo e di confronto, alla centralità della persona nella riflessione etico-giuridica e al valore della tradizione giuridica romana come patrimonio di esperienza e di saggezza costituiscono un monito e un punto di riferimento per chiunque abbia a cuore le sorti del diritto e della convivenza democratica.

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